Il ragazzo che leggeva Maigret, di Francesco Recami

Anche se Il ragazzo che leggeva Maigret è un romanzo investigativo, ci sono varie ragioni per dire che non lo è: quantomeno, non in senso convenzionale. Ovviamente, in ragione del fatto che mi ritengo una persona educata, sono ora tenuto a spiegarvi cosa intendo con “romanzo investigativo convenzionale”. Dirò allora che un romanzo investigativo racconta, in genere, di una persona intenta a sciogliere un enigma, partendo da elementi frammentari e dispersi, spesso parziali: e ottenuti in circostanze che fanno dubitare, di primo acchito, degli elementi stessi.

In queste narrazioni, esistono due figure chiave: l’autore dell’enigma, e colui che deve scioglierlo. Tutto il resto è contorno, scenario, e strumento: il mondo del romanzo investigativo è, infatti, quasi sempre strumentale. Strumentale alle esigenze di colui che ha architettato l’enigma: che lo ha fatto manipolando persone, oggetti, scatenando eventi; e strumentale al bisogno che l’enigma sia sciolto: i cosiddetti indizi, disseminati per la trama. In alcuni casi, maggiore è la capacità manipolatoria di chi ha ideato l’intrigo - I soliti sospetti, la cui scena conclusiva è una vera e propria lezione sulla strumentalità di ciascun oggetto disponibile: si veda la reazione di David Kujan davanti alla bacheca - ma, nella maggior parte delle occasioni, l’investigatore svela il mistero.

Certo, non è insolito che l’investigatore subisca, perlomeno al principio, l’iniziativa del suo antagonista. Talora l’ideatore dell’intrigo si dimostra capace di gettargli, metaforicamente, fumo negli occhi; o di minacciarlo sul piano fisico. Ma, con il procedere delle indagini, l’investigatore diventa sempre più attivo e consapevole, in grado di comprendere gli eventi e metterli in relazione tra loro.

Il ragazzo che leggeva Maigret è tutta un’altra cosa.

Adesso io non è che posso dirvi tutte queste cose sulla storia, eh, perché si tratta pur sempre di un romanzo investigativo, sia pure scarsamente convenzionale, ove il bello è che la trama si dipana un po’ per volta, man mano che vengono scoperte cose nuove, dettagli prima sfuggiti all’attenzione del lettore, e via discorrendo.

Però, la cosa interessante che per prima ho notato ne Il ragazzo che leggeva Maigret, è che i fatti non emergono in funzione della volontà dell’investigatore. Solo una volta, egli decide di agire per cercare indizi, di sua sponte, quando visita la casa delle tre vedove (pagg. 96-110). E tuttavia egli esce da quella casa con le idee confuse, più frastornato di prima, e portandosi appresso un oggetto che gli darà un sacco di guai. Un’altra volta, egli fa un tentativo di scoprire i dettagli di un fatto che lo inquieta, ma viene bloccato dalle circostanze ambientali, per così dire (pag. 41). Altre volte ancora, gli indizi gli spuntano davanti per caso, in circostanze dove non può farsene nulla, e ha ben altro a cui pensare (la valigia con l’etichetta…). Sembra proprio che, ne Il ragazzo che leggeva Maigret, il mondo non voglia saperne più di tanto di collaborare con l’investigatore, e tantomeno con chi ha ideato l’intrigo ch’egli dovrebbe sciogliere. Anzi, si può dire che le situazioni comiche abbondano, specie verso il finale, dove il lettore avveduto avrà agio di notare che il mondo – oltre a collaborare ben poco con investigatori e criminali – ha maltrattato per bene, in questo romanzo, sia gli uni che gli altri (vedasi la spossatezza dell’investigatore a pag. 200, e la carrellata di volti a pag. 201).

Comunque ne Il ragazzo che leggeva Maigret una indagine, sia pure sui generis, c’è. E funziona nel modo che ora vi descriverò.

All’inizio, e sempre più man mano che la vicenda va dipanandosi, l’investigatore viene attratto da alcuni elementi: i quali, nell’ambiente in cui si trova, sembrano strani o fuori posto. Egli agisce in un contesto ove l’abitudine è regola, un contesto squisitamente provinciale. Inoltre, è un attento osservatore. Per via di questa alchimia tra ambiente e carattere, un troppo repentino insorgere di elementi curiosi gli suggerisce che, tra di essi, possa sussistere una ragnatela di relazioni inquietanti, e che vi sia sotto un qualche intrigo: forse, perfino, l’uccisione di un uomo. Ce n’è un po’ per tutti i gusti: oggetti pesanti gettati in un canale, strane chiacchiere da osteria, una visita inattesa ricevuta a casa da sua madre… o, ancora, il fatto che improvvisamente un certo signor “Cottus Gobio” venga citato da un sacco di gente, e assiduamente cercato. Nel mondo succedono cose strane, tante, e lui se ne accorge. Intuisce che qualcosa di inquietante sta succedendo. Ma non capisce quasi mai per intero cosa c’è dietro. Qualcosa, in genere, gli sfugge.

Ci sono giusto un paio di occasioni in cui la sua azione produce il disvelamento pieno di una parte degli elementi dell’intreccio: a pag. 161, ove egli produce una breve sintesi di alcuni fatti finora sfuggiti agli astanti nel loro complesso, e a pag. 181. Sono disvelamenti cruciali per la soluzione del mistero, e tuttavia mai integralmente rivelatori: semmai, si può dire, sono indicazioni della complessità del mondo.  

Nel primo caso, l’investigatore evidenzia che, se di un oggetto può esistere una copia, nulla impedisce di prendere in considerazione il fatto che ve ne siano altre, di ignota dislocazione. Nel secondo caso, egli osserva che – laddove un oggetto sia stato prodotto in più copie – la convinzione che esse siano state tutte distrutte non corrisponde, necessariamente, a verità.

Ma a parte in questi due casi, e per la gran parte del tempo, l’investigatore non ha mai le idee chiare su quel che sta accadendo: lo vediamo spesso incerto, dubbioso di se stesso, perplesso, finanche fuggiasco inseguito da un individuo con pessime intenzioni. Tuttavia, l’investigatore inventato da Francesco Recami intuisce, nei momenti cruciali, che il mondo è più vasto di quanto si tenda comunemente a credere, e che spesso cercare – o supporre che esistano - rapporti troppo espliciti tra causa ed effetto, è un habitus mentale capace di portar fuori strada colui che stia cercando di sciogliere un enigma.

Il che non è poco come capacità investigativa, considerando che l’investigatore di Recami è un ragazzo. Un ragazzo, perdipiù, vissuto in campagna, tra le coccole della famiglia, e dunque tutt’altro che aduso alle asprezze del mondo esterno. Eppure, egli stranamente riesce dove altri, più adulti di lui, falliscono: nel comprendere, in un paio di momenti cruciali, che le cose possono essere meno ovvie di quanto non appaiano a un primo, spesso distratto, sguardo.

Questa la contraddizione più interessante di tutto il libro: il protagonista è inesperto, e in genere gli inesperti sono sempre convinti che tutto sia fin troppo semplice. Egli invece mostra pazienza nell’esaminare i fatti, dubbi nel riconsiderare il proprio giudizio, e tolleranza nel decidere il destino altrui: cosa quest’ultima che, almeno una volta, avrà agio di fare in piena libertà.

Il ragazzo è un appassionato lettore dei romanzi di Simenon che vedono protagonista il commissario Maigret; e, per chi conosce Maigret, vien spontaneo chiedersi se il nostro giovane protagonista abbia ereditato queste qualità dal suo eroe letterario. Il che fa nascere, in noi che leggiamo, riflessioni più profonde di quel che una lettura distratta suggerirebbe, in ispecie riguardo a ciò che l’atto di legger libri può insegnarci. Che non è un surrogato dell’esperienza diretta: leggere un libro di alta cucina non farà mai, di me, un cuoco provetto. E tuttavia, attraverso un paziente e ripetuto lavoro del pensiero, può darsi che l’atto di leggere possa introdurci a una forma mentis più ampia e più critica, più ricca di sfumature, rispetto a quella che avevamo prima di vivere l’esperienza della lettura.

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