Portnoy, di Philip Roth, ovvero: come avercela con quello che si è e tuttavia aver bisogno di essere quel che si è, ci piaccia o meno; e il problema è che a volte ci piace e a volte meno
Ma siamo sicuri che il fatto di calcare a tavoletta sul registro comico, e l’abbacinante aneddotica che Philip Roth mette in scena in Portnoy, non nuocciano all'impostazione romanzesca? Siamo certi, onestamente, che lo specifico romanzesco non ne risulti compromesso, depotenziato, atterrito?
Si può dire che il più gran difetto di Portnoy come personaggio è che Roth, nel'inventarselo, non gli costruisce un mondo attorno: semmai, gli fabbrica un palcoscenico. Un palcoscenico molto ben congegnato, pieno di perfette macchine di scena ch'entrano ed escono sprizzando cinismo, divertimento, spiritosaggine. E tuttavia un palcoscenico non è un mondo: al termine del dilagante monologo di Portnoy, ci sembra di sapere un sacco di cose a proposito delle sue chiacchiere, e tuttavia non riusciamo a sentire di conoscerlo veramente. Ora, se alla trama romanzesca noi attribuiamo una valenza anzitutto conoscitiva - mi tengo qui devotamente a Peter Brooks - un romanzo in cui Tizio parla dall'inizio alla fine di sé, torrenzialmente e compulsivamente, e alla fine non ci sembra di conoscerlo, si può dire che sia un romanzo fallito. Di più: da un autore del calibro di Roth, ci aspetteremmo anzitutto umorismo: e tuttavia, nella maggior parte dei casi gli episodi che Portnoy racconta al suo analista - e con lui, a noialtri - non riescono a essere umoristici, ma solamente arguti (e Mark Twain, che ben conosceva la differenza, la stigmatizzò abilmente in un suo articoletto: la traduzione italiana è in Come raccontare una storia e l'arte di mentire).
Tuttavia, pur con questi limiti, il percorso di Portnoy mi sembra altro che la semplice definizione identitaria di un personaggio. Un percorso diverso da quello del tipico romanzo monologante in cui si spiega com'è fatto Tizio e lo si rivolta come un guanto: anche perché Roth mi sembra scrittore troppo avveduto per non rendersi conto che, in questo senso, il libro non funziona. Semmai, Portnoy mi sembra un romanzo in cui succedono due cose:
1) la forma retorica dell'invettiva vien ricollocata nell'alveo dei percorsi narrativi possibili, dopo la diffidenza che l'Ottocento e il Novecento (con rade eccezioni) avevano avuto per essa: e il luogo prescelto, il lettino dell'analista, mi pare perfetto per mettervi in scena questa operazione;
2) questa forma retorica, l'invettiva, viene usata per ridicolizzare, per scagliarsi contro, il feticcio della soffocante identità ebraica: con i suoi paletti e i suoi percorsi obbligati: etici, morali, sessuali. Questo percorso mi sembra riuscito: Portnoy incarna egregiamente la frustrazione connotata all'essere ebreo, e il capitolo intitolato “Seghe” mi pare emblematico. Nomen omen, per così dire: la narrazione delle seghe di Portnoy e le sue elecubrazioni su di esse, sono un perfetto esempio di quella che oggi chiamiamo sega mentale.
Se questo è il percorso, beh, allora tutto si tiene: la prigionia del Nostro nella gabbia del suo essere ebreo è descritta e narrata brillantemente, compreso il perfetto epilogo in cui Portnoy, dopo aver strologato per ore sulla disgrazia che è portarsi addosso la propria identità ebraica, che fa? Quando descrive il suo arrivo in Israele, non può fare a meno di entusiasmarsi perché lì tutto è ebraico. Come dire: siamo quello che siamo; e sotto sotto, anche se ci pesa e ci reca ambasce, siamo istintivamente felici nel luogo ove ci sembra di poterci specchiare e riconoscere, e ci sentiamo parimenti riconosciuti.