Perché Tupac sembra già una leggenda in California Love
Esistono artisti il cui mito nasce soprattutto dopo la morte: e probabilmente, tra quelli che diventano leggende, sono la maggioranza. Qualcuno diceva: niente di meglio che una bella dipartita, per lanciare una carriera artistica. Ma poi ci sono quelli che sembrano già appartenere alla leggenda mentre sono ancora vivi. California Love, la canzone di Tupac feat. Dr. Dre, è forse l'esempio più evidente del secondo caso. Guardando il video o ascoltando il brano oggi, la sensazione è quasi straniante: Tupac Shakur era un rapper di enorme successo, e su questo non si discute. Ma in quel brano è qualcosa di più: una figura titanica, capace di dominare ogni fotogramma e ogni battuta. La sua morte prematura ha certamente amplificato il mito, e sarebbe strano se non fosse andata così, visto anche il modo in cui è morto.
Ma il carisma stava già tutto lì.
Un gigante senza esserlo fisicamente
Paradossalmente, Tupac non aveva una statura eccezionale dal punto di vista fisico, non arrivava a un metro e ottanta. E tuttavia nel video la percezione è opposta, e non dipende solo dal fatto che la telecamera lo inquadra dal basso. Il motivo è la combinazione di presenza scenica, postura e linguaggio corporeo.
Tupac sta praticamente sempre a petto in fuori, mento ben alzato, sguardo che sfida chi ha davanti. Dà sempre la sensazione che l’attenzione dello spettatore sia già cosa sua, che non sua qualcosa che lui ha bisogno di cercarsi. È un tratto comune ai grandi attori: quando sono in scena, la scena cambia. Lo spazio si modifica. E anche la voce contribuisce, in modo decisivo, a questo effetto. Il timbro è profondo, ruvido, pieno, ma soprattutto controllato. Tupac non trasmette mai fretta o ansia. Anche quando aumenta l'intensità, resta sempre padrone del ritmo. Si ha la sensazione di avere a che fare con qualcuno di incredibilmente autorevole.
Il ruolo decisivo di Dr. Dre
Gran parte dell'effetto nasce dal contrasto con Dr. Dre. Il quale apre il brano come l'uomo che conosce Los Angeles meglio di chiunque altro. La sua interpretazione è misurata, sobria, quasi documentaria. Ci spiega subito che lui è colui che ci darà il benvenuto a L.A. Senza enfasi, senza paroloni né eccesso di ego, anche se Dre è uno che di ego ne ha sempre avuto moltissimo: parla come una figura che appartiene naturalmente a quella città. Il sottotesto è semplice: questa è casa mia, lasciate che vi mostri come funziona. Il che è perfettamente coerente con ciò che Dre rappresentava nel 1995. Era l'architetto del suono della West Coast, il produttore che aveva definito un'intera epoca attraverso The Chronic e il G-funk. Aveva costruito il pianeta musicale che in molti abitavano, facendo soldi o godendosi la scena - o entrambe le cose.
Poi entra Tupac: e non prova nemmeno a competere sullo stesso terreno. Laddove Dre racconta Los Angeles. Tupac la incarna. È una differenza sottile ma non da poco. Il primo descrive il territorio; il secondo sembra prenderne possesso. Dal punto di vista narrativo - e sappiamo bene quanto, nel rap, conti la narrazione - è quasi una struttura cinematografica. Dre apre il film: ma di quel film, Tupac diventa il protagonista.
Il beat che costruisce un paesaggio
Uno degli aspetti più straordinari di California Love è il beat. La sua grandezza non deriva dalla quantità di elementi presenti, ma dal contrario. Batteria asciutta, lunghe linee di synth, basso che lascia molto spazio. Tra una frase e l'altra rimane aria.
È una produzione che respira.
Molti beat hip hop riempiono ogni istante disponibile. Dre, invece, costruisce un paesaggio sonoro. La sensazione non è quella di trovarsi dentro una stanza, ma lungo un'autostrada infinita, con l'orizzonte aperto davanti. Siamo in California, no?
Ed è proprio questo vuoto a rendere Tupac monumentale. Quando attacca con il celebre: "Out on bail, fresh out of jail..." non sembra che stia cercando di inserirsi nel beat; sembra che il beat si allarghi per lasciarlo passare.
La profondità del suono
Molte produzioni hip hop dell'epoca sono "frontali": tutto accade sullo stesso piano. California Love, invece, possiede profondità. I synth sembrano lontani. La batteria è vicina. Gli effetti occupano lati diversi del panorama sonoro. La voce di Tupac viene registrata in primissimo piano: sembra quella di uno che ti sta parlando in faccia, per provocarti. Col risultato che gli strumenti costruiscono il paesaggio, definiscono l’ambiente a vari livelli di profondità e distanza, mentre lui sembra stare fisicamente davanti all'ascoltatore: con la sua voce ruvida, la postura dominante, il suo stile. È una scelta di produzione che amplifica enormemente il suo carisma.
Una città trasformata in mito
Esistono molti grandi brani dedicati alle città.
Straight Outta Compton racconta Compton.
N.Y. State of Mind racconta New York.
Empire State of Mind celebra New York.
California Love fa tutt’altra cosa: trasforma Los Angeles in un luogo mitologico.
La California viene descritta come un modo di vivere: un immaginario collettivo fatto di sole, lowrider, deserto, Hollywood, gang, libertà, sesso sfrenato, violenza e potere. Per qualche minuto, Dre e Tupac ci danno davvero l'impressione che il centro del mondo sia lì.
Un equilibrio irripetibile
È difficile immaginare che un brano simile possa nascere oggi.
Negli anni Novanta l'identità geografica dell'hip hop era fortissima. Bastavano pochi secondi per capire se un disco provenisse da Los Angeles, New York o Houston. Oggi, invece, il rap è globale. Le influenze attraversano lo spazio. Gli artisti sono ancora toccati - lo saranno sempre - da chi bazzica il loro quartiere, dal vicino di casa che spaccia e scrive versi; ma possono esserlo anche da qualcuno che sta a migliaia di chilometri da loro. Internet e i social hanno cambiato le regole del gioco in modo tale che vien da chiedersi se il gioco sia ancora quello.
California Love appartiene invece a un momento storico irripetibile, in cui convergevano quattro elementi eccezionali. C’è una scena musicale con un'identità fortissima. Poi c’è un produttore come Dr. Dre, capace di definirne il suono. Quel suono trova un interprete come Tupac, dotato di un carisma fuori scala. E tutto ciò so svolge in una città già enorme nell'immaginario mondiale. Il 1995 è l’anno di Heat: la sfida, in cui un cineasta come Michael Mann diventa per L.A. ciò che Scorsese è stato per New York. A poco meno di quindici anni da Point Break, e quattro anni prima di Magnolia, la musica di cui parliamo nasce in un contesto che è nelle orecchie e negli occhi del pubblico di mezzo mondo, senza essersi ancora snaturato.
È proprio l'incontro di questi fattori a rendere il brano ancora oggi così imponente. Dre costruisce lo spazio; il beat costruisce il paesaggio; Los Angeles fornisce la mitologia. E dentro quella mitologia, Tupac si fa strada con la naturalezza di chi sembra esserne sempre stato il protagonista.