Nostalghia, di Andrej Tarkovskij
Esiste una categoria critica che mi ha sempre fatto venir voglia di metter mano alla Glock, senza por tempo in mezzo. Beh, non proprio sempre: da quando ho scoperto che esistono le Glock. Che è stato un bel po’ di anni fa: credo fosse il 1995, ne porta una il protagonista del film Strange Days. Vabbè, si era giovani.
La categoria in questione è quella del “cinema poetico”. Sovente viene impiegata per indicare film in cui non succede quasi niente, i personaggi parlano poco, le inquadrature durano abbastanza da consentire allo spettatore di controllare mentalmente se ha pagato la bolletta della luce, e ogni pozzanghera viene investita di significati metafisici che nessuno saprebbe spiegare con chiarezza. Sono film non di rado osannati dalla critica, almeno da un certo tipo di critica che qui non sto a definire con esattezza - ma della cui area di provenienza culturale ha fatto un ritratto insuperato Antonello Venditti in Questa insostenibile leggerezza dell’essere. Che è del 1985, nientemeno, qualora nessuno ricordasse di che parlo - e sì, si era giovani sul serio.
Il film di cui voglio parlare oggi, Nostalghia, è lento in modo irrecuperabile. Non solo: è anche rarefatto, pieno d’acqua, rovine, nebbia, silenzi, cani misteriosi e uomini che guardano nel vuoto. Epperò poetico lo è, eccome.
Andrej Tarkovskij durante un sopralluogo in Italia per Nostalghia, 1980. Foto di Boris Baldin, CC BY-SA 4.0. La foto non è rassicurante, lo so.
Lo è perché Tarkovskij non si limita a prendere un topos quasi imperdonabile - lo scrittore in crisi, l’intellettuale sperduto - e a farlo impantanare in qualche nulla. Non ci racconta semplicemente che Andrej Gorčakov, uno scrittore russo arrivato in Italia per studiare la vita di un compositore suo connazionale, sente nostalgia della propria terra. Fa una cosa molto più interessante: edifica un mondo nel quale ogni cosa è stata contaminata dalla sua incapacità di essere presente.
Gorčakov è in Italia, ma non vede realmente l’Italia. Viaggia attraverso luoghi bellissimi, incontra persone, visita alberghi, chiese e località termali; accanto a lui c’è Eugenia, una donna giovane, colta, bella, la quale capiamo subito che ne vuole da lui. Dovrebbe trovarsi, Gorčakov, nella condizione ideale per apprezzare il viaggio, il paesaggio, l’arte, finanche altri sollazzi di natura assai meno elevata. Invece non riesce a partecipare a niente.
L’Italia non diventa mai davvero il posto dove Gorčakov si trova. Rimane, per tutto il film, la trappola che tiene Gorčakov lontano dalla Russia. Che è la prima, grande intuizione del film: la nostalgia non consiste nel ricordare qualcosa che abbiamo lasciato - consiste nel non riuscire più a stare nel posto dove siamo. Gorčakov non si limita a rimpiangere la casa, la moglie, i paesaggi della propria infanzia. Porta la Russia con sé come si porta la malattia del tronco comune, che ti si annida dentro fino a che non ti stronca il cuore. La Russia è ovunque anche se non c’è: affiora nei sogni, nelle visioni; invade le stanze italiane e le rende provvisorie, irreali, quasi abusive.
Gorčakov non è un uomo che si trova lontano da casa, ma un uomo per il quale qualunque luogo che non sia casa ha cessato di esistere. Cosa che, com’è ovvio, ha una sua grandezza romantica. Siamo abituati a considerare nobile chi rimane fedele alle proprie radici, chi non si lascia sedurre dai luoghi nuovi, chi conserva dentro di sé una patria perduta. Tarkovskij, però, mostra anche la natura distruttiva di questa fedeltà - perché Gorčakov non tradisce il proprio mondo d’origine: tradisce ogni altra cosa. Tradisce il viaggio, il motivo per cui è partito, Eugenia, il desiderio, il presente. Si comporta come se accettare qualcosa dall’Italia, dalla sua esperienza italiana, significasse sottrarlo alla Russia. Perfino la bellezza lo infastidisce, perché gli ricorda di trovarsi in un luogo al quale non vuole appartenere.
La vasca termale di Bagno Vignoni, uno dei luoghi centrali di Nostalghia. Foto di Matteo Vinattieri (Petitverdot), pubblico dominio.
Eugenia, da questo punto di vista, ha un significato simbolico abbastanza evidente - Tarkovskij, lo dico per chi non conoscesse il suo cinema, va matto per i significati simbolici: più che una possibilità erotica, rappresenta la vita che insiste per essere vissuta. Ella parla, si muove, desidera, si agita. Abita il qui e ora. È corporea, immediata, persino melodrammatica. Gorčakov, al contrario, sembra già mezzo morto. La sua anima sta più di là che di qua. In quella che gli è rimasta c’è spazio per un unico sentimento, cupo e divorante, che s’è mangiato tutti gli altri. La nostalgia è diventata la sua unica forma di fedeltà.
Per questo l’incontro con Domenico è inevitabile. C’è un vero e proprio sentore di destino, attorno a esso - Tarkovskij, lo dico per chi non conoscesse il suo cinema, va matto per il destino. Domenico è un vecchio che gli abitanti di Bagno Vignoni considerano pazzo. E avrebbero, peraltro, delle ottime ragioni: è uno che ha tenuto la propria famiglia segregata per anni, convinto di doverla proteggere dalla fine del mondo. Crede inoltre che l’umanità possa essere salvata soltanto attraversando la vasca termale di Bagno Vignoni con una candela accesa. Insomma, non è che stia messo proprio bene.
A voler essere rigorosi, un tipo del genere dovrebbe comparire in una storia come minaccia, fanatico o figura grottesca. Tarkovskij gli attribuisce invece una gravità profetica. Che è una cosa non facile da fare: provateci voi, a raccontare una storia in cui il profeta dice che per salvare l’umanità bisogna attraversare una vasca termale con una candela accesa. Non sembra una profezia, sembra una scena da Mai dire Banzai. Epperò, in Nostalghia Domenico è l’unico personaggio che crede ancora che un gesto possa significare qualcosa. La società che lo circonda ha già classificato la sua fede come malattia. Lo tollera, lo considera uno scherzo della natura o del destino, quando non lo deride. Domenico, tuttavia, è convinto che il mondo debba essere salvato e che la sua salvezza dipenda da un’azione apparentemente insignificante: portare una fiammella da un lato all’altro di una vasca. È facile concedersi una risata - più difficile è domandarsi quale gesto compiano, per salvare il mondo, tutte le persone ragionevoli che gli stanno attorno (spoiler: nessuno). Per carità, Domenico è pazzo: ma la normalità, la sanità mentale del mondo non produce alcuna risposta migliore della sua. Chi è sano di mente ha rinunciato a credere che qualcosa possa davvero essere riparato. Lavora, viaggia, ha relazioni, discute di cultura, si fa una scopata; nel frattempo la realtà si svuota.
Domenico e Gorčakov appaiono inizialmente molto diversi. Il primo vuole salvare tutti, il secondo non riesce neanche a salvare se stesso. Domenico parla alla collettività; Gorčakov si ritira nella propria memoria. Uno è esposto, febbrile, profetico. L’altro è stanco, silenzioso, quasi inerte. In realtà sono due forme della stessa malattia, perché entrambi abitano un altrove. Gorčakov vive nella Russia che ricorda, Domenico vive nel mondo che dovrebbe esistere dopo la redenzione dell’umanità. Nessuno dei due riesce ad accettare la realtà per ciò che è. Domenico però, per quanto folle, sente di avere un dovere. Folle, sproporzionato, assurdo, ridicolo, quello che volete voi. Ma pur sempre un dovere.
Il film raggiunge il proprio vertice drammatico proprio quando i due uomini si scambiano, in qualche modo, il compito. Domenico non riesce ad attraversare la vasca: gli altri glielo impediscono, lo sottraggono al suo rito, trattano la sua impresa come il sintomo di una patologia. Affida allora la candela a Gorčakov. Dopodiché va a Roma, pronuncia un bizzarro discorso sulla necessità che gli uomini tornino a essere fratelli e infine, giusto per chiudere in bellezza, si dà fuoco (ve l’avevo detto, che Tarkovskij ci va pesante coi significati simbolici). La scena potrebbe suscitare il riso, in condizioni diverse: un matto sopra una statua, la folla che guarda, il corpo che brucia. Tarkovskij la rende invece atroce proprio perché il sacrificio non produce alcuna trasformazione visibile. La gente guarda, qualcuno interviene dopo un po’, il mondo va avanti. Domenico voleva salvare il genere umano e non riesce nemmeno a ottenere un po’ di attenzione. È la forma più disperata del martirio: morire davanti a persone che non riconoscono neppure l’esistenza della causa per cui muori.
Rimane quindi Gorčakov. Ma nel frattempo la vasca termale è stata svuotata. L’acqua - che per tutto il film ha rappresentato memoria, tempo, purificazione e decomposizione - non c’è più. Resta il fondo, lurido di fanghiglia. Ma cosa fa Gorčakov, non ve lo racconto. Vi dico come andrebbe a finire se l’autore della storia di Nostalghia fosse Davide Borowski: Gorčakov smarrirebbe la candela in qualche modo idiota, una cosa tipo rissa in un’osteria, oppure qualcosa che ha a che fare con Eugenia. Dopodiché deciderebbe di compiere la missione affidatagli da Domenico proprio perché si sente in colpa per aver perso la candela. Ma la candela non c’è più: allora il film finirebbe con una scena in cui Gorčakov va da uno che ha un negozio in cui vende candele, a cercare di farsi dare una candela che somigli quanto più possibile a quella che ha perso. Seguirebbe una discussione delirante, perché di tutte le candele che il negoziante propone non ne va bene nessuna, ciascuna ha qualcosa che va bene ma qualcos’altro che invece no. Alla fine Gorčakov ne sceglierebbe una, quella che gli sembra meno peggio, e uscirebbe dal negozio - per andare a compiere la missione che Domenico gli ha affidato. Ma lo farebbe rigirandosi tra le mani la candela che ha comprato, con la faccia perplessa, perché non è tanto convinto.
Ovviamente Tarkovskij è meno sarcastico di Borowski, e anche meno cattivo, e quindi Nostalghia finisce in un altro modo. Ma è inutile che insistiate a chiedermi come, vi ho già detto che non ve lo racconto. Vi dico solo che, a questo punto, Tarkovskij è riuscito a fare un film poetico che culmina nella scena di uno scrittore in crisi che decide di compiere una missione ridicola affidatagli da un pazzo, e lo spettatore tiene per lui e vuol sapere come va a finire. Forza, Gorčakov. Salva il mondo. Porta la candela. Sei tutti noi.
Nostalghia è un film estenuante, e talvolta anche irritante. Tarkovskij pretende dallo spettatore una disponibilità quasi religiosa: bisogna accettare le sue attese, i simboli non spiegati, i dialoghi metafisici, le inquadrature che continuano quando qualsiasi altro regista avrebbe già tagliato da un pezzo. Bisogna accettare cause ridicole, crisi insensate, discorsi deliranti, bisogna essere capaci di appassionarsi alla sorte dei pazzi.
Io, non sempre ho questa disponibilità. Eppure qui la lentezza mi pare quasi sempre giustificata, e con essa la follia e l’insensatezza apparente, perché il film non racconta una serie di avvenimenti: racconta il tempo necessario affinché un sentimento diventi destino. Gorčakov comincia come un uomo che rimpiange la propria casa e diventa un uomo incaricato da un altro di compiere un gesto che salverà il mondo, o almeno quell’altro così crede. Tra le due cose c’è tutta la differenza che passa tra la malinconia e il sacrificio. La prima ci persuade che il nostro dolore sia speciale; il secondo ci obbliga a fare qualcosa del dolore che abbiamo.