Niente da nascondere, di Michael Haneke
Ancora un vecchio film, visto in streaming qualche giorno fa, e che non mi è piaciuto. Per carità: è pure ben girato tecnicamente, con bravi attori. C’è Georges, un intellettuale borghese che conduce un programma televisivo di letteratura, ed è un felice padre di famiglia. Le sicurezze della sua esistenza protetta si incrinano quando comincia a ricevere strani messaggi, impossibili da codificare: videocassette con immagini sue e dei suoi familiari ripresi di nascosto dalla strada, disegni infantili e violenti. Georges non ha idea di chi possa mandarglieli, ma quando il contenuto delle cassette diventa più personale, appare evidente che il mittente è qualcuno che lo conosce molto bene. A questo punto, direte voi, Georges inizierà a preoccuparsi sul serio, e ci sarà una escalation di qualche tipo: di violenza, di degrado, di violenza e degrado assieme, chessò io.
Non c'è nessuna escalation, nessun salto di qualità drammaturgico: Georges fa sempre la stessa faccia, dice le stesse cose. Non si ha poi la sensazione che questa faccenda delle videocassette influisca, sulla sua vita, più di tanto: continua a vivere la stessa esistenza di prima, dove per “prima” s'intende “il tempo in cui lo sconosciuto non aveva ancora iniziato a spedirgli le videocassette”. Sì, è vero: si rivolge alla polizia, che dice di non poterlo aiutare, com'è nella tradizione di ogni bravo film di suspense secondo la quale il Protagonista Minacciato deve esser lasciato solo col suo problema affinché noi possiamo sentirlo con le spalle al muro, e temere per lui. Sì, è vero: quando emergono degli indizi per cui Georges suppone che a spedirgli le cassette sia una sua vecchia conoscenza, Georges va a cercare questa vecchia conoscenza per 1) scoprire se è realmente lui a spedire le cassette e 2) minacciarlo affinché, nel caso sia appunto lui a spedire le cassette, la faccia finita. Ebbene: tutte queste situazioni sono eccitanti e ricche di suspense più o meno quanto una coda alla posta. E questo perché il bisogno drammaturgico del personaggio di Georges non è abbastanza forte: non si ha mai la sensazione che le videocassette rappresentino, per lui, una minaccia davvero inquietante. Si ha tutt'al più la sensazione ch'esse siano una causa di disturbo, di irritazione, di fastidio: non di terrore. Un vero regista di suspense (Hitchcock docet) avrebbe arricchito il film con una sottotrama per cui Georges teme che le riprese contenute nelle videocassette possano rivelare qualcosa che lui vuole tener nascosto e che potrebbe distruggergli la vita. Haneke non è, spiace dirlo, un vero regista di suspense.
E qui tengo a dire che: da un film che si presenta come un film di suspense (con le videocassette anonime, la polizia che dice Non possiamo aiutarvi etc.) io mi aspetto, come prima cosa, la suspense. Che qui non c'è. Georges riceve le videocassette ma la sua paura, se ne ha, non spacca il video: anzi, proprio non raggiunge lo spettatore. I suoi tentativi di arrivare alla verità sono fiacchi, mai disperati. Non lo vediamo mai annaspare, assediato da un incubo incombente o da un terrore che è lì lì per distruggerlo. Le sue angosce sembrano sature di noia, di stanchezza. Sembra che sia così borghese e annoiato da non riuscire neanche a provare un terrore autentico, e tantomeno a trasmetterlo allo spettatore. E allora, se uno è così borghese e annoiato da non riuscire neanche a provare un terrore autentico, in un film di suspense può starci come i cavoli a merenda.
Di più: Georges sembra così borghese e annoiato che quando accade l'unico fatto eclatante del film - un suicidio assolutamente irreale, repentino perché irreale ed irreale perché repentino - a scuoterci non è il suicidio come fatto drammatico, oggettivamente bene inserito nel percorso narrativo del film: è il fatto che quel suicidio sia irreale e repentino. Dopo un poco, lo spettatore torna beatamente ad annoiarsi.