Lessico famigliare, di Natalia Ginzburg
Sembra, dapprima, uno di quei romanzi tipicamente italiani, tendenti all’intimismo spicciolo, tutto fumo e niente arrosto e l'uso della lingua a fare da contorno: non succede niente, o quasi. C’è una famiglia, ed è una famiglia di provincia: era un'epoca - il romanzo è uscito nel '63 - in cui gli scrittori italiani di raccontare la grande città erano sostanzialmente incapaci, forse perché allora la grande città non esisteva; e la stessa Roma, secondo Flaiano, era un agglomerato di paesi addossati l'un l'altro. C’è la figlia che racconta e vede tutto, il papà brontolone che fa le passeggiate in montagna e s'alza sempre alle quattro del mattino, la madre che non ha mai preso la laurea in medicina, l’amico di famiglia Cesare Pavese che si aggira malinconico qua e là senza fare, né dire, molto. Il Grande Romanzo Italiano, se mai c'è stato - ed io sospetto di sì, con opere capitali come I Viceré e Mastro don Gesualdo - è lontano, molto lontano da qui. Lessico famigliare inizia, nella mia edizione, con una avvertenza dell'autrice in cui vien detto che “luoghi, fatti e persone sono, in questo libro reali”. Insomma, la Ginzburg ci dice, in anteprima, quel che dobbiamo aspettarci proseguendo nella lettura: una collezione di ricordi legati all'ambiente della famiglia; più memoriale che romanzo, niente trama. Già verrebbe da dire: che palle. Eppure.
Il testo nasce da un'idea così forte, e geniale - di quella genialità banale, quando scopre una cosa in realtà sotto gli occhi di tutti - che tiene in piedi tutto il resto. Ovvero: la comunicazione non sta tanto nella sostanza di ciò che diciamo, nel senso letterale delle parole scambiate: ma in un senso traslato che viaggia, tra un individuo e l'altro, per mezzo dei gesti e dei modi in cui le cose vengono dette. Lo sa bene ogni agente di commercio, ogni venditore d'auto usate, lo sa il bravo investigatore, lo sa il truffatore di razza come il diplomatico (inteso come negoziatore, non come dolciume): ovvero, lo sanno bene quanti lo sperimentano coscientemente dovendo, per mestiere, industriarsi a capire cosa passi per la testa degli altri. Il resto del mondo, più o meno ne è al corrente, ma - salvo eccezioni - non è che ci ragioni sopra più di tanto: la Ginzburg invece sì.
E va più a fondo: mostrandoci come le forme d'espressione verbale, le invenzioni o le derivazioni linguistiche che vivono, e prosperano, in ciascuna famiglia, siano pure - in qualche modo - la storia di quella famiglia: una storia che procede per aneddoti, talora divertenti, altre volte bizzarri, e via discorrendo. Noi parliamo in un certo modo, perché abbiamo fatto certe esperienze: ogni giro di frase, ogni accento, ogni frase fatta, ogni battuta di dialogo ha una sua storia. C'è, nelle prime pagine, un formidabile ritratto del padre dell'autrice: “Nella mia casa paterna, quand'ero ragazzina, a tavola, se io o i miei fratelli rovesciavamo il bicchiere sulla tovaglia, o lasciavamo cadere un coltello, la voce di mio padre tuonava: - Non fate malagrazie!
“Se inzuppavamo il pane nella salsa, gridava: - Non leccate i piatti! Non fate sbrodeghezzi! Non fate potacci!
“Sbrodeghezzi e potacci erano, per mio padre, anche i quadri moderni, che non poteva soffrire”.
La cosa curiosa - e più significativa, direi - è che l'autrice non spreca molte parole per descriverci fisicamente questo padre: eppure a noi, una volta che abbiamo assimilato il suo linguaggio e le sue abitudini (da pag. 9 a 14, nella mia edizione), sembra di vederlo. C'è. Non sentiamo il personaggio che la Ginzburg ci sta narrando: sentiamo il padre, che c'è. E, uno per volta, attraverso il lessico famigliare, i personaggi del romanzo non vengono, semplicemente, ad animare il racconto: ma, piuttosto, ci sono. E diventa chiaro che in questo libro, l'uso della lingua - dialettale, gergale, derivata, personalistica, etc. - non è un mero divertissement stilistico, né una istanza autoriale tout court, ma ha uno scopo. Serve ad evocare, alla presenza nostra e per mezzo della scrittura, i fantasmi di colei che racconta. Le presenze che hanno animato la sua vita. Lessico famigliare diventa, allora, un testo che ci racconta la memoria, attraverso la memoria: dove il ricordo di ciò che è stato viene riportato in vita, attraverso le parole, anche se da tempo non c'è più. Attenzione: non il racconto, ma il ricordo di ciò ch'è stato: con tutta la sua carica di passioni espresse e inespresse (“Ma non vorrai mica mettere Molière con Petrolini! – urlava alla fine, con una di quele risate tuonanti, che rovesciavano su Petrolini un acuto disprezzo”), di significati pertinenti, di zone d'ombra (“Quando Alberto doveva dare un esame, mio padre era, fin dal mattino, di pessimo umore”), di asprezze e tenerezze, di curiose o persino bizzarre associazioni mentali. Più che un romanzo, un teatro della memoria. Uno di quei posti dove, quando ci finiamo per sbaglio (le case della nostra infanzia, abbandonate; i vecchi giocattoli; il fucile da caccia del nonno scomparso; il luogo del primo bacio con la prima fidanzata...) e dopo tanti anni, ci mettono in imbarazzo: perché alla presenza dei nostri fantasmi, delle cose passate che non sono più e che tuttavia per noi ci sono ancora, non sappiamo che atteggiamento tenere, come dialogare con queste presenze intangibili, come giustificare a noi stessi - esseri razionali - che le vediamo e le sentiamo ancora, anche se fanno parte del passato.
Ecco, forse questo si avvicina a quel che volevo dire, su questo libro. Questo è il punto. La Ginzburg (come il Michele Mari di Tu, sanguinosa infanzia) in Lessico famigliare riesce a dialogarci, con quei fantasmi (i suoi), a convincerli a uscire dai luoghi in cui si sono rintanati, e a farceli conoscere. Li esorcizza, e insieme esorcizza i nostri. Una cosa notevole.
Forse per questo Lessico famigliare è un libro che, quando lo leggi, ti guarisce un po'.