Musica per tapiri urlanti

Appunti per una teoria molto personale dell’ascolto

Da circa la seconda metà di agosto, quando la sera sono a casa - nel senso che non sono fuori città e ho la possibilità di stare nel mio appartamento - corro sul tapis roulant almeno mezz’ora, a 6 chilometri orari. Il che significa che faccio tre chilometri, o quello che è; e dico almeno mezz’ora perché il criterio che uso per decidere quando smettere non è la mezz’ora spaccata.

Il criterio è un altro: metto su un CD. Ho attrezzato apposta, nella stanza dove ho il tapis roulant, un lettore CD portatile con due casse. L’ho dovuto fare perché il tapis roulant non è nella stessa stanza dove ho lo stereo, che sarebbe il mio studio. E questa è già una prima complicazione, anche se non particolarmente appassionante: forse ho messo lo stereo nella stanza sbagliata. Il che potrebbe essere; quale sia la stanza giusta per uno stereo è però una questione che preferisco non affrontare qui.

Metto quindi su un CD che duri più o meno mezz’ora. Non trenta minuti precisi: 32, 34, 36. Cerco semplicemente di non allontanarmi troppo. Poi magari - aumentando la resistenza fisica e, speriamo, anche la voglia - arriverò a dischi più lunghi. L’idea è ascoltare un CD intero mentre sto sul tapis roulant, con due risultati contemporanei: il primo è distrarmi dalla fatica fisica; il secondo è, finalmente, ascoltare un mucchio di CD che ho comprato nel corso del tempo e che sono rimasti lì, intonsi o quasi, sugli scaffali. Perché io sono incapace di smettere di comprare CD in modalità compulsiva (ci sono un sacco di cose, in realtà, che sono incapace di smettere di comprare, ma vabbè). È una cosa totalmente al disopra delle mie forze. Però mi secca vedere che si accumulano negli espositori e nelle scaffalature di casa senza che io li ascolti.

Il problema è che lo stereo principale è nello studio e, quando sono nello studio, quasi sempre sto scrivendo. Se ascolto davvero la musica, la musica mi distrae da quello che scrivo. Se invece mi concentro veramente su quello che scrivo, praticamente non sento la musica. Quindi il tapis roulant ha finito per risolvere insieme due problemi: uno legato al fatto che devo fare esercizio fisico, e uno per così dire discografico.

Io non ho particolare desiderio di fare esercizio fisico. Lo faccio perché devo farlo per il mio bene, per tutta una serie di motivi. Vado anche in palestra, che non mi fa impazzire, ma la palestra almeno presenta alcuni vantaggi antropologici. Ne avevo provata una un po’ fighetta, e non aveva funzionato. Da quando invece ne ho scelta una popolare, molto popolare - qualcuno potrebbe perfino dire mal frequentata - ho scoperto che è piena di personaggi. Io sto lì con la personal trainer che mi segue e mi fa fare gli esercizi, perché sulla mia volontà non c’è da contarci, e intanto mi guardo intorno. Colgo brandelli di conversazione. Guardo le facce. Vedo gente entrare e uscire. Ed è tutto molto interessante, come cantava Rovazzi, anche se non nel senso che intendeva Rovazzi: è interessante per davvero. Il tempo passa non perché mi piaccia particolarmente quello che sto facendo, ma perché mi interessano quelli che ci sono dentro.

A casa mia, questo vantaggio viene meno. Ci sono io, il tapis roulant, il muro e il display che si ostina a ricordarmi da quanto tempo sto sul tapis roulant.

Ho provato con i podcast. Non ha funzionato. Il podcast per me appartiene alla categoria delle cose che si ascoltano in condizioni di relax, meglio se non facendo un cazzo. Il piacere viene amaramente vanificato se contemporaneamente sto faticando.

La musica invece funziona. Mi porta altrove. Smetto di controllare continuamente il display e quella mezz’ora che deve passare, passa. La cosa interessante - il motivo per cui sto scrivendo questo pezzo - è che, dopo un po’, mi sono accorto che la musica ideale per il tapis roulant non coincide affatto con la musica che mi piace di più. Non coincide neppure con quella che considero più interessante, più colta, più brillante, più sofisticata o più seduttiva. È un’altra categoria.

La musica che ti abita la testa

La musica adatta al tapis roulant deve essere abbastanza agganciante, abbastanza avviluppante da impadronirsi della mia attenzione mentre sto facendo uno sforzo fisico.

Non è facile, perché quando uno sta facendo uno sforzo fisico la sua disponibilità all’ascolto cambia. La capacità di seguire il testo di una canzone, coglierne i sottintesi, seguire un passaggio complesso o anche semplicemente prestare attenzione alle parole non è la stessa che avrebbe stando seduto in poltrona. Perciò quello che mi serve è qualcosa che mi agganci con una linea di basso, un ritmo, una melodia. Non necessariamente qualcosa di martellante. Anzi. Deve però riuscire a stare dentro la testa.

Meglio: deve riuscire ad abitarla. O, usando un verbo meno gentile, a colonizzarla.

Questa mia minuscola scoperta domestica ha qualche rapporto con cose che la psicologia dello sport studia da parecchio tempo. Nella letteratura in materia si parla, fra le altre cose, di attentional dissociation: la musica può spostare almeno in parte l’attenzione dai segnali interni della fatica verso uno stimolo esterno. Gli studi in materia hanno rilevato effetti, non enormi epperò reali, sul piacere associato all’esercizio, sulla prestazione e sulla percezione dello sforzo; e sappiamo anche che contano il ritmo, le preferenze individuali, l’intensità dell’impegno fisico e il fatto che la musica sia scelta dall’ascoltatore. Gli studi più recenti sono abbastanza prudenti: non è una magia e, quando lo sforzo diventa molto intenso, il corpo riesce benissimo a riprendersi la nostra attenzione. Il che mi conforta, perché significa che non mi sono completamente rincoglionito passando le serate sul tapis roulant.

Ma significa soprattutto che l’ascolto non è un’attività astratta. Non c’è da una parte il disco, dall’altra un paio di orecchie, e in mezzo niente. C’è un corpo che in quel momento sta facendo qualcosa.

Ben Harper contro John Coltrane

Uno dei primi esperimenti è stato Both Sides of the Gun di Ben Harper, un doppio album del 2006 che non avevo mai ascoltato anche se possedevo da qualche anno. Ho messo su il primo CD e mi sono trovato davanti una musica perlopiù acustica, raccolta, intimista. È in effetti la parte più morbida del doppio album; l’altra faccia del progetto è molto più orientata verso rock, funk e gospel.

Il problema è che sul tapis roulant quel primo disco non funzionava. Non sto dicendo che fosse brutto, il punto è molto più strano: dopo averlo ascoltato tutto, non sarei stato neppure capace di dire con convinzione se mi fosse piaciuto oppure no. Le canzoni erano passate; le avevo sentite, ma non erano riuscite a insediarsi.

Ora, Ben Harper non è propriamente Luigi Nono o Dallapiccola. Non stavo tentando di comprendere qualcosa di difficile, mentre correvo. Eppure non riuscivo a entrarci.

Qualche tempo dopo, ho messo su A Love Supreme di John Coltrane. È una suite jazz in quattro parti, registrata nel dicembre del 1964 dal quartetto con McCoy Tyner, Jimmy Garrison ed Elvin Jones e pubblicata nel 1965. Dura circa 32 minuti e 45 secondi: praticamente perfetta per le mie attuali capacità cardiovascolari.

Sono abbastanza sicuro che, se fermassi dieci persone per strada e chiedessi loro se ascoltano con più piacere Ben Harper o Coltrane, qualcuno magari saprebbe chi è il primo, ma quasi nessuno avrebbe sentito nominare il secondo; e credo che i pochissimi a conoscerli entrambi direbbero che Ben Harper è molto, ma molto più facilmente ascoltabile di A Love Supreme.

Sul tapis roulant, per me, succede esattamente il contrario. Coltrane funziona. Ci sono variazioni continue, ma costruite dentro strutture reiterate, linee di basso, cellule ritmiche, ritorni. A Love Supreme procede per trasformazioni di qualcosa che continua a essere riconoscibile. È una musica che cambia senza smettere di ricordarti dove ti trovi. Ha qualcosa del mantra. Per certi aspetti, almeno nella funzione che finisce per assumere per me, ha perfino qualcosa del canto liturgico: ripetizione e variazione, concentrazione e trance. Ci entri dentro, e segui quello che fa come se camminassi.

Questa cosa mi interessa perché mette in crisi un’equazione abbastanza elementare: musica facile uguale ascolto facile. Non funziona così. Dipende da che cosa stiamo facendo mentre ascoltiamo.

Non ascoltiamo mai soltanto musica

La sociologa Tia DeNora ha dedicato parecchio lavoro proprio al modo in cui utilizziamo la musica nella vita quotidiana. In Music in Everyday Life parla anche della musica come di una sorta di “tecnologia del sé”: qualcosa che utilizziamo per regolare stati d’animo, organizzare i tempi della giornata, accompagnare attività, costruire situazioni. Detto meno bene ma forse più chiaramente: non ascoltiamo la stessa musica nello stesso modo mentre cuciniamo, scopiamo, scriviamo, guidiamo di notte, prendiamo un treno o corriamo su un tapis roulant. E non è soltanto questione di associazioni sentimentali.

La situazione cambia materialmente la quantità e il tipo di attenzione che siamo in grado di concedere alla musica. Qual è la musica capace di abitare la nostra testa durante un viaggio di sei ore in automobile? E durante sei ore di treno? Per me non è necessariamente la stessa. Ci sono dischi che ascolterei guidando per centinaia di chilometri e che a casa, seduto davanti allo stereo, mi annoierebbero. Altri che amo ascoltare in casa e che non vorrei assolutamente avere in auto. Quindi forse la domanda “ti piace questo disco?” è incompleta. Bisognerebbe chiedere anche dove, e mentre fai cosa.

Music for Airports, davvero

A questo punto mi è venuto in mente Brian Eno. Il quale molti anni fa pubblicò un disco dal titolo Ambient 1: Music for Airports. Io ho sempre dato per scontato, senza aver mai verificato davvero la cosa, che il titolo volesse dire esattamente quello che dice: musica concepita per essere ascoltata negli aeroporti.

Per una volta avevo capito bene. Eno concepì effettivamente il progetto pensando all’ambiente aeroportuale, dopo un’esperienza all’aeroporto di Colonia/Bonn, e nelle note del disco - che io non avevo mai letto, peraltro: me lo sono fatto dire da Chat GPT e poi ho verificato - spiegò in maniera molto più generale la sua idea di ambient music: musica pensata per determinati tempi e situazioni, capace di inserirsi in un ambiente senza ridursi alla vecchia musica funzionale da ascensore. Soprattutto, una musica che possa accettare diversi gradi di attenzione: puoi ascoltarla attentamente, ma puoi anche lasciarla esistere ai margini della coscienza.

Io Music for Airports non l’ho mai ascoltato in aeroporto. Ce l’ho. Ma credo di averlo ascoltato soprattutto in casa, come sottofondo mentre facevo altre cose. Per esempio mentre cucinavo - e funzionava benissimo. Senza formulare nessuna teoria, avevo già associato quel disco a un’attività e a una particolare quantità di attenzione.

Il problema della forma

C’è poi un’altra questione. Non conta soltanto il tipo di musica; conta come è fatto il disco. Il primo CD di Both Sides of the Gun mantiene un clima piuttosto coerente. E proprio quella coerenza, sul tapis roulant, finiva per annoiarmi. Con Nevada di Ntò mi è accaduto il contrario.

Nevada, pubblicato nel 2020, non è un disco particolarmente impervio: è rap, ha dodici tracce e numerosi ospiti, da Jake La Furia e Clementino a Enzo Avitabile, passando per Nina Zilli. Quindi c’è una certa varietà di voci, di stili, di impostazioni. Un brano può essere molto diverso dall’altro.

Magari una canzone non riusciva ad agganciarmi. Poi però arrivava un pezzo che improvvisamente mi inchiodava. E questo cambiava l’esperienza di ascolto, anche retroattivamente. Avevo sopportato una canzone che non mi diceva molto, ma sapevo che quattro minuti dopo poteva arrivarne una capace di prendermi.

Strofa, ritornello, strofa, ritornello, fine. Altra canzone. Altra possibilità.

Sul tapis roulant anche la morfologia del disco diventa quindi importante: durata dei pezzi, alternanza, ripetizione, contrasto, quantità di novità introdotta di minuto in minuto. Non è necessariamente la qualità l’elemento più importante per godersi il disco. O almeno, non soltanto quella.

Il disco giusto nel posto sbagliato

Può darsi che il primo CD di Both Sides of the Gun sia un bellissimo disco. Io ancora non lo so, devo riascoltarlo. Ma devo riascoltarlo altrove.

Quando leggo una recensione musicale, il critico - che sia un articolista, un blogger, un influencer - descrive quasi sempre il disco come se esso esistesse fuori dal tempo, fuori dallo spazio e soprattutto fuori da ciò che stiamo facendo mentre lo ascoltiamo. Questo disco è bello, dice. Questo è noioso. Questo è sofisticato. Questo è immediato. Quest’altro richiede molti ascolti.

Va bene. Ma ascolti fatti come? A mezzanotte con le cuffie? In automobile? Mentre prepari una carbonara? Su un regionale che impiega quattro ore per andare da Napoli a Cosenza? Mentre corri a sei chilometri all’ora fissando il muro di casa tua?

A pensarci, non sarebbe male se ogni tanto le recensioni contenessero anche un consiglio di contesto.

Questo disco va ascoltato di notte. Questo in macchina. Questo mentre non fate niente. Questo mentre fate qualcosa. Questo richiede che gli stiate dietro. Questo, al contrario, funziona proprio perché potete permettervi di perderlo e ritrovarlo.

Non mi sembra una brutta idea.

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Autoritratto dell'artista in uno specchio rotto, che quindi ha già portato sfortuna a qualcun altro, appoggiato a un muro lungo una strada del quartiere del Panier a Marsiglia

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