Il Mucem, la mostra sull’isola Ferdinandea e la sala delle penniche

Ovvero: come ho scoperto che al Mucem di Marsiglia si può andare al museo anche per non fare assolutamente nulla.

Verso la fine di agosto, al Mucem di Marsiglia ho fatto una delle scoperte più sorprendenti della mia recente frequentazione dei musei europei. Non riguarda un'opera d'arte, un artista interessante, un allestimento innovativo. Riguarda la pennichella. Sì, ho detto la pennichella. Il Mucem ha pensato bene di riconoscere alla pennichella un posto nella cultura mediterranea e, soprattutto, di darle uno spazio fisico nel museo. Con le sdraio. Con i materassi. Con tutto il necessario, insomma, per smettere per un po’ di occuparsi delle grandi questioni dell'esistenza. E farsi una sacrosanta pennica.

Ma andiamo con ordine, perché il posto merita.

Il Mucem, acronimo di Musée des Civilisations de l'Europe et de la Méditerranée, è uno dei grandi interventi culturali e architettonici che hanno accompagnato la trasformazione di Marsiglia in occasione del suo anno da Capitale europea della cultura, nel 2013. Sorge all'imboccatura del Vieux-Port e si sviluppa principalmente in due strutture, collegate da una passerella sospesa sul mare: il forte Saint-Jean e il moderno edificio J4.

Io ci sono entrato dal forte Saint-Jean, che ha una storia decisamente più lunga del museo. La sua sistemazione monumentale risale al XVII secolo, sotto Luigi XIV, anche se alcune sue strutture sono precedenti. Fu fortificazione militare e anche prigione; oggi è diventato qualcosa di piuttosto diverso - perché, prima ancora che una sede espositiva, è una grande passeggiata panoramica. Ci sono camminamenti, terrazze, belvedere, giardini mediterranei, punti di ristoro. Ci si può spostare da una parte all'altra, affacciarsi sul porto, osservare la città e il mare, sedersi a bere o mangiare qualcosa. Si mangia così così ed è caro come la droga, ma non è questo il punto - si tratta del classico posto dove paghi per la location, come si dice. Il punto è che ci si può trascorrere tranquillamente parecchio tempo senza neppure entrare in una mostra. E qui viene la prima cosa che ho trovato assai lodevole: tutto ciò, a parte mangiare così così, è gratuito. Si paga per vedere le esposizioni, naturalmente. Ma la frequentazione degli spazi esterni, dei giardini e dei percorsi panoramici è libera durante gli orari di apertura.

Fort Saint-Jean, Marsiglia. Fotografia originale di Rémih, elaborazione grafica di Davide Borowski (NB: ho giusto ritagliato una grossa porzione di cielo che in questo caso non serviva a nulla). Fonte: Wikimedia Commons. Licenza CC BY-SA 4.0.

Sembra una sciocchezza, e invece non lo è affatto. Significa che un'importante istituzione culturale, realizzata e mantenuta con investimenti non da poco, viene concepita da chi la ha creata e la gestisce come uno spazio dove il cittadino non entra solo dopo aver acquistato un biglietto. Una parte del museo viene resa disponibile alla città, come se fosse un parco pubblico. Con la differenza che questo particolare parco pubblico comprende una fortificazione storica, una straordinaria architettura contemporanea e uno dei panorami più suggestivi di Marsiglia. A me sembra una conquista di civiltà.

Naturalmente, le esposizioni si pagano - e ci mancherebbe altro. Le mostre hanno dei costi: si deve progettarle, organizzarle, allestirle, trasportare le opere, assicurare le collezioni. Tutte cose che costano quattrini. E poi bisogna anche pagare gli artisti. Anzi, no: per prima cosa bisogna pagare gli artisti. Quest'ultima cosa mi sembra tutt'altro che secondaria. Sono di parte? Eccome se sono di parte, ci mancherebbe altro. Ma il principio mi pare assai sensato: la fruizione della struttura come luogo urbano è libera; quella della sua offerta espositiva, giustamente, no.

Dal forte Saint-Jean si raggiunge il J4 attraverso una passerella sospesa sul Mediterraneo. Progettato da Rudy Ricciotti con Roland Carta, è un edificio quadrangolare di 72 metri di lato, rivestito da una trama traforata di calcestruzzo. A me, che sono un fan storico di Star Trek, ha ricordato subito un cubo Borg. Un cubo Borg che non è proprio un cubo, d’accordo: la pianta è quadrata, ma in altezza è molto meno di 72 metri. Non ci formalizziamo. Un cubo Borg un po' meno luminoso, un po' meno minaccioso e, fortunatamente, assai meno interessato ad assimilare i visitatori. La cui particolarità è che la griglia esterna, una specie di merletto minerale, lascia filtrare la luce e permette di intravedere il mare. Intorno alle sale espositive corrono rampe e terrazze, dalle quali si gode un panorama magnifico. Anche questi percorsi esterni sono liberamente accessibili. Ho sfruttato questa cosa per scattare un po’ di foto, perché mi sembrava una figata - e non sono rimasto deluso dell’esito.

Una delle foto che ho scattato al Mucem, Somigliano a noi. Potevo resistere al fascino di quella griglia? Ma figuriamoci.

Quindi uno potrebbe venire al Mucem, passeggiare per il forte, attraversare il ponte, sedersi su una terrazza a prendere il sole, guardare il mare e tornarsene a casa senza aver speso un centesimo. Non so quanti musei italiani permettano una cosa del genere con altrettanta scioltezza, e forse non voglio saperlo.

Poi vabbè, io le mostre le ho visitate. Si paga un biglietto unico per vedere tutte le esposizioni: ed ecco un altro approccio che condivido. La cultura non dovrebbe solo girare attorno ai soliti grandi nomi - va benissimo usarli come richiamo, è una cosa utile e senza pubblicità non si vive. Ma poi, una volta che uno è lì, facciamogli allungare il passo per vedere altre cose che si trovano nello stesso posto. La pigrizia mentale del visitatore va usata come leva, non deve diventare una barriera. Avete una idea di quanto funzioni alla grande il meccanismo: “Vabbè, ormai sto qua, già che ho visto Klimt o Renoir o chi per lui, mi vedo anche il resto?”. Specie se ho già pagato. Tanto, per Klimt o Renoir puoi chiedere ben più del dovuto: e così lo usi per pagare i costi delle esposizioni degli artisti emergenti (che vabbè, è una parola del cazzo, mi fa sempre venire in mentre un tizio che sorge dalle acque con il pennello tra i denti, brandendo un fucile d’assalto e con la faccia dipinta di tinte mimetiche come un Navy SEAL, ma usiamola lo stesso). Grazie, Ballo al Moulin de la Galette.

Quasi tutte le mostre in corso si trovavano nell'edificio moderno, ma una era ospitata nel forte, ed era particolarmente interessante. Si intitolava Ferdinandea, l'île éphémère, ed era dedicata al lavoro dell'artista francese Clément Cogitore.

L'argomento è una di quelle storie mediterranee che sembrano inventate da uno scrittore fuori di testa e che invece sono accadute davvero. Una roba alla Borges, anzi peggio, alla China Miéville. Nel 1831, a seguito di un'eruzione vulcanica sottomarina nel Canale di Sicilia, emerge dal mare una nuova isola - una piccola terra vulcanica, fatta di cenere e materiali eruttivi, che si trova improvvisamente a occupare una posizione strategica fra la Sicilia e le coste nordafricane. Naturalmente, le potenze dell'epoca si interessano subito alla faccenda. L'isola viene rivendicata da più parti e riceve nomi diversi: fra cui quello di Ferdinandea, assegnatole in onore di Ferdinando II di Borbone, re delle Due Sicilie. Epperò, mentre si discute di chi debba esercitarvi la sovranità, l'isola scompare. Nel giro di pochi mesi l'erosione marina ne consuma la struttura, fino a sommergerla di nuovo. Una disputa territoriale risolta dalla geologia con un'efficienza che la diplomazia internazionale difficilmente riesce a eguagliare.

Cogitore ha preso questa vicenda da romanzo e ne ha fatto il punto di partenza di un viaggione che mescola indagine storica, scavo degli archivi, fantasia e speculazione artistica - utilizzando filmati, fotografie, documenti e materiali disparati per esplorare tanto l'evento storico quanto le sue possibilità immaginative. Lo ha fatto in modo molto intelligente, brillante, sagace e anche parecchio paraculo. Una cosa talmente figa che vorrei averla fatta io, mi sono mangiato le mani dall’invidia. Perché quell’isola, finché è durata (poco), non è stata un semplice fenomeno naturale di quelli che mandavano in sollucchero i romantici esaltati dalla potenza della natura: è stata un oggetto dell'immaginario collettivo europeo. Un territorio che è durato abbastanza a lungo da suscitare desideri, paure, rivendicazioni e rappresentazioni, per poi sottrarsi materialmente a tutto questo.

Camillo De Vito, L’isola Ferdinandea, 1831 circa. Gouache raffigurante l’emersione dell’isola vulcanica nel Canale di Sicilia, destinata a scomparire sotto il livello del mare pochi mesi dopo. Wikimedia Commons, pubblico dominio.

Al bookshop ho comprato quello che pensavo fosse semplicemente il catalogo della mostra, Ferdinandea, l'île éphémère, pubblicato dal Mucem insieme ad Atelier EXB. In realtà è un libro molto più ambizioso: raccoglie materiali visivi, saggi storici e critici, riflessioni sulla rappresentazione dell'isola e persino un racconto inedito dello scrittore e filosofo Tristan Garcia. Un volume che prova a ricostruire la storia culturale e immaginativa di un pezzo di terra comparso nel Mediterraneo, diventato per qualche mese un affare europeo e poi scomparso sott'acqua.

Ma torniamo al museo. E, soprattutto, alla pennica. Il percorso che ho fatto per raggiungere il guardaroba è stato abbastanza un su-e-giù. Entrando dal forte bisogna risalire fino al livello della passerella, attraversarla, raggiungere l'edificio moderno all'ultimo piano e poi scendere fino in basso. Il guardaroba si trova al livello inferiore. Anche questo, per inciso, gratuito (altra cosa lodevole). Nella stessa zona si trovano alcuni spazi destinati alle conferenze; non ci sono entrato, quindi non saprei dire quanto siano interessanti gli incontri che vi si tengono o quanto siano comode le sale.

Sicché poi, di colpo, mi sono imbattuto nella sala della pennichella.

Una sala vera. Grande. Attrezzata. Con delle sdraio. Dei materassi. Uno spazio nel quale le persone possono sistemarsi, sdraiarsi, leggere un libro, riposare e, volendo, dormire. Dentro un museo.

Non in un albergo, in uno stabilimento balneare o in una struttura termale. Dentro una delle più importanti istituzioni museali dedicate alle civiltà mediterranee.

La cosa fantastica è che non sembrava affatto uno spazio messo lì per caso, magari perché erano avanzate delle sdraio da qualche evento estivo. Le Forum de la Sieste. C'era persino un testo esplicativo - l’ho fotografato, lo trovate più giù - che riconduceva la pennichella alla cultura mediterranea. Il riposo, la siesta, veniva trattato come un elemento riconoscibile delle abitudini e delle tradizioni di questo spazio geografico e culturale.

A pensarci la cosa ha una sua logica, eh. Se un museo si propone di raccontare le civiltà del Mediterraneo, perché dovrebbe occuparsi soltanto degli oggetti che hanno prodotto, dei loro rituali, delle loro credenze, delle loro testimonianze artistiche? Le civiltà - Bloch insegna - sono fatte anche di comportamenti quotidiani, di rapporti con il tempo, con il clima, con il corpo. E la pennichella, in effetti, appartiene al nostro repertorio di pratiche culturali almeno quanto una quantità di altre cose alle quali siamo abituati ad attribuire ben maggiore solennità. Solo che una cosa è studiarla, classificarla, raccontarla attraverso fotografie e documenti. Un'altra è mettere delle sdraio dentro il museo e dire alle persone: accomodatevi. È un piccolo salto concettuale che mi è sembrato magnifico - perché in questo modo il museo non si limita a rappresentare una prassi culturale, ma permette al visitatore di praticarla. Lo invita a farne esperienza. E fattela ‘na pennica, dài. E l'esperienza, in questo caso, consiste nel non fare assolutamente niente.

Quando ho visto questa sala, la mia prima reazione è stata di incredulità. Poi mi sono messo a ridere. Poi ho fatto qualche fotografia - perché mi sembrava una di quelle cose che, raccontate senza prove, rischiano di essere scambiate per un'invenzione. E infine, com’è ovvio, mi sono sistemato anch'io. Facciamo un po’ di ricerca auto-etnografica, essù. Avevo con me il libro su Ferdinandea che avevo appena comprato al bookshop. Mi sono seduto, ho cominciato a sfogliarlo e mi sono goduto quello spazio.

La cosa mi ha colpito anche per un altro motivo. Nei musei siamo abituati a comportarci secondo un insieme di regole che non sono codificate, ma lo spazio è configurato in modo da suggerircele. Si cammina, si guarda, si legge, si passa all'opera successiva. Quando ci si siede, normalmente è per riprendere fiato prima di ricominciare. Il tempo del visitatore è quasi sempre un tempo da impiegare: bisogna vedere qualcosa, imparare qualcosa, portarsi via qualcosa. Al Mucem, invece, ho trovato uno spazio nel quale quel tempo poteva tranquillamente essere speso senza produrre nessun risultato; e non fuori dal museo, ma dentro. Come parte della sua proposta culturale. Mi sembra una concezione intelligente e, per certi versi, persino generosa della funzione pubblica di un'istituzione culturale. Il museo come luogo che le persone possono abitare, ciascuna a modo proprio, senza essere necessariamente impegnate in qualcosa.

Per quanto mi riguarda, ho trovato l'idea sublime. Del resto, se una civiltà è capace di riconoscere il valore culturale di una pennichella forse ha capito qualcosa che altre civiltà, sempre affaccendate a produrre, consumare e dimostrare di essere occupatissime, continuano ostinatamente a ignorare.

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