Sewer, Gas and Electric: the Public Works Trilogy, di Matt Ruff
Vabbè, poche chiacchiere, questo è un coming out: stiamo parlando di uno dei miei libri prediletti, posto che i libri prediletti possano esistere. Quindi, non aspettatevi che io sia obiettivo. Perché Sewer, Gas and Electric: the Public Works Trilogy di Matt Ruff è la cosa più vicina a un ottovolante che esista in formato libro, nella mia personale esperienza. Al confronto, perfino Roberto Bolaño sembra un narratore misurato e capace di sobrietà, cosa che - sono sicuro - lo avrebbe offeso immensamente, se qualcuno gliela avesse detta da vivo, e della quale gli chiedo scusa anche se la sto dicendo ora che è morto.
Il fatto è che Matt Ruff, beh… è Matt Ruff.
E questa, peraltro, non è nemmeno una trilogia in senso stretto. Immaginate che l’autore abbia scritto tre romanzi, li abbia in parte smontati e in parte fatti saltare con la dinamite, e poi abbia ricombinato i resti in un’architettura sghemba, folle e in apparenza ingestibile con sopra l’etichetta “trilogia”. Ma dentro c’è roba per una saga in sedici volumi. Le trame di ampio respiro sono tre: epperò attorno a esse cresce una foresta pluviale infinita di sottotrame, personaggi, intrighi negli intrighi, colpi di scena più o meno sensati - a volte più, ma il più delle volte meno - che trasforma il libro in una specie di epopea psicotica.
A me, va detto, i romanzi pieni di trame e personaggi piacciono molto. E Sewer, Gas and Electric: the Public Works Trilogy non si limita a offrire tanta trama, e tanti personaggi, al lettore: lo sommerge, letteralmente. Ci si sente sopraffatti. I paragoni con Thomas Pynchon si sono sprecati, ma a mio avviso sono un po’ ingiusti. Perché Pynchon la sensazione di essere serio, almeno un po’, almeno a tratti la dà. Ruff non ci prova neanche. Mai (e comunque a Pynchon Sewer, Gas and Electric: the Public Works Trilogy è piaciuto moltissimo).
Il protagonista (ma capite che qui, protagonista è un concetto vagamente sopravvalutato, e un po’ superfluo) è un certo Harry Gant. Il self-made man più self che si possa immaginare. Ricco come Creso, bello, narcisista, geniale, perennemente entusiasta. Ora di solito a me uno così verrebbe da strangolarlo, ma Gant è pure così pagliaccesco che non può risultare antipatico, per cui si finisce per amarlo volenti o nolenti. È uno che costruisce città futuribili e torri alte milleseicento metri col medesimo piglio col quale altra gente si farebbe un panino, che parla per slogan e crede davvero a quello che dice, il che lo rende una mina vagante per chiunque - incluso se stesso. Non è un cattivo, non è un eroe: è uno di quei tipi che accelerano tutto senza chiedersi dove si sta andando. E infatti attorno a lui il mondo si deforma, si piega, si adegua alle sue intuizioni come se fossero leggi fisiche.
Il suo antagonista è tal Philo Dufresne, ecoterrorista per motivi che la trama non si preoccupa di chiarire fino in fondo - e va bene così. Guida alla riscossa sull’antropocene, animato da veementi sentimenti antispecisti, l’equipaggio di un sommergibile a pallini che si chiama Yabba-Dabba-Doo. Tra costoro troviamo gente, per dire, come un eschimese maestro di arti marziali. E tanto basterebbe a rendersi conto che qui la coerenza è una questione così irrilevante che, infatti, Ruff non si prende mai la briga di darsene pena. Philo non è un personaggio, è un vettore ideologico impazzito che ogni tanto prende forma umana per tenere insieme i pezzi. Parla, arringa, complotta, ma soprattutto si muove dentro uno schema tutto suo, dove salvare dei lemuri può diventare un’operazione militare degna dello sbarco in Normandia (sì, avete letto bene: salvare i lemuri). Sullo sfondo, una pandemia che ha fatto sparire gli africani dalla faccia della Terra. Al loro posto: i Neri Elettrici, robot domestici prodotti in serie. No, non vi spiego fino il fondo il perché; e d’altronde non lo fa neanche Ruff.
L’equipaggio di Philo lo segue non perché creda davvero in lui, ma perché in quel mondo lì - completamente scardinato - è l’unico che sembra avere un piano, per quanto assurdo. Ed è questo il trucco, volendo fare un po’ di narratologia spicciola, che l’autore usa più spesso: prende un’idea delirante, la gonfia fino a farla diventare sistema, e poi ci fa girare attorno tutto il resto, come se fosse perfettamente sensato. Gli viene divinamente.
Cosicché abbiamo tra i personaggi: Joan Fine, ex moglie di Gant, cacciatrice di squali nelle fogne di New York. Meisterbrau, uno squalo mutante. La Regina Elisabetta. Ayn Rand resuscitata. Cyborg fuori di testa. Una veterana della Guerra di Secessione di 181 anni. Coccodrilli albini, castori meccanici. Walt Disney. E tutta una teoria di comparse che entrano, hanno il loro momento di gloria e poi spariscono senza spiegare il perché, ma va bene così perché tanto entra subito in scena qualcun altro ancora più folle di chi è appena uscito. Joan, in questo circo, è forse l’unica che mantiene una parvenza di razionalità: voglio dire, è una persona con un impiego. Ammazza squali nelle fogne, che è già un modo dignitoso di stare al mondo, se il mondo è questo. Poi, vabbè, già che c’è indaga su alcune morti sospette tra i soci dell’ex marito. Lo so, non vedete il nesso: non importa.
Perché Sewer, Gas and Electric: the Public Works Trilogy è un ottovolante che non si ferma mai: Ruff a ogni pagina si scatena, rilancia continuamente, senza mai fermarsi a chiedersi se sia troppo. È troppo, ovviamente; e il punto è che va bene così. Oh, l’ha detto l’autore medesimo: “Volevo scrivere un libro con così tanta roba dentro da spingere il lettore a chiedersi se non fosse illegale”.
Vai tranquillo, Matt. Ti è andata alla grande.