It, di Stephen King

Capii che Stephen King era un grande scrittore quando mi resi conto che era riuscito a farmi sospendere l’incredulità, senza particolari sforzi, per l’intera durata della lettura di It. Per chi non lo sapesse – mi pare incredibile, ma c’è chi non lo sa - It è la storia di un gruppetto di sfigati che sconfiggono il Signore del Male. D’accordo, non si tratta propriamente di Sauron, è un Signore del Male su scala locale – quella di una cittadina del Maine – ma, su quella scala, se la cava piuttosto degnamente nel suo ruolo. E gli sfigati protagonisti del romanzo hanno due caratteristiche che rendono veramente difficile per lo scrittore mantenere viva la sospensione dell’incredulità, ma il Re ci riesce. Li mortacci sua, verrebbe da dire.

Anzitutto, sconfiggono il Signore del Male con le sole proprie forze. Non è come in Tolkien, dove gli sfigati – che poi non sono proprio sfigatissimi, rappresentano l’operosa piccola borghesia britannica, quindi sono industriosi e tignosi, sanno fare mille mestieri e ottimi dolciumi e vivono in deliziosi paesotti che hanno costruito con le loro manine pelose – capiscono per primi il pericolo, e a quel punto chiamano gli eroi. Gli Hobbit, per capirci, sono fondamentali nell’opera tolkieniana, si rivelano più affidabili dei grandi spadaccini e dei maghi semi-immortali, non si lasciano sedurre dalle lusinghe del Signore Oscuro, sono l’anima della resistenza contro il Male: però quando si tratta di venire al dunque gli eroi li chiamano, eccome. L’opera di Tolkien è la storia di come il Male si sconfigge solo mobilitando tutte le forze sane della società contro di esso: in questa crociata, spesso sono quelli che si reputa siano più nobili e puri a tradire o rivelarsi indegni, scendendo a compromessi infamanti, epperò gli Hobbit gli tirano le orecchie e li portano dentro, a serrarsi nei ranghi, ogni volta che sia possibile. Perché quando devi contendere il campo alle armate di Sauron, i cavalieri del Rohan ti servono eccome: quello è “un giorno di spade, un giorno rosso”, gli Hobbit da soli non ce la farebbero mai. Poi, sia chiaro, Tolkien è sempre pronto a sbeffeggiare la sicumera e la tracotanza, e non ci sarà pietà per il Re Stregone di Angmar, che per schierarsi con Sauron s’era fatto concedere la grazia che “nessun uomo mortale potesse ucciderlo”. Ma è un’altra storia, ed Éowyn eroina lo è eccome, fino al midollo.

Nel romanzo di King invece no. Gli sfigati protagonisti se la cavano da soli, facendo squadra tra loro, giocandosela con ciò che hanno. E già questo rende difficile farci credere che se la caveranno, ma Stephen King ci riesce. L’altra acrobazia del Re, e qui veramente siamo al sublime, è non solo farci credere che questi qua se la cavano da soli, ma il fatto che non sono semplicemente degli sfigati: lo sono in modo vertiginoso, abissale, cosmico. È gente alla quale nella realtà non affideresti, e infatti non affiderai mai, niente. Ti stupisci che riescano a trovare da soli la strada di casa. Non gli faresti caricare una lavatrice, altro che affrontare il Signore del Male e salvare la città. Ovviamente, gente così profondamente sfigata è inadatta a campare, nella vita reale, sono esattamente quelli che non combinano nulla e non vanno da nessuna parte. Ma non se è Stephen King a battere i tasti della macchina da scrivere. Questi qua in It sconfiggono il Signore del Male, e salvano la città, e tu ci credi, e fai il tifo per loro tutto il tempo. Robe così, le mettono in scena solo gli scrittori veramente grandi: per cui, giù il cappello.

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