In the Mood for Truglia Art 2026

Siccome siamo in agosto, e in agosto sembra non funzionare niente, affidarsi ai corrieri diventa un esercizio di fede: consegnano se e quando gli va, e tutto assume un carattere piuttosto aleatorio. Così sono andato di persona a Latina, alla galleria Omniart, per consegnare le opere che verranno esposte a Truglia Art. E, già che c’ero, anche per montarle.

La composizione non è il massimo, è anche un po’ scura: lo so, so tutto. Non è una foto artistica, amen

Sono due fotografie di formato abbastanza grande — non monumentale, ma comunque importante — e hanno due titoli che, in qualche modo, raccontano già una piccola storia: A gennaio piove sempre a casa tua e L’epilogo reale ben prima dell’epilogo ufficiale.

Il primo titolo viene da una poesia di Moreno Innocenti, Barometri. Se ricordo bene, quella frase ritorna più volte nel testo: “A gennaio piove sempre a casa tua”. Mi colpì immediatamente, anche perché a pronunciarla era la voce di Moreno Innocenti. Che è una voce splendida e che gli invidio molto. Barometri fu la prima poesia che Moreno incise per il podcast Banda poetica.

Quando sentii quel verso impazzii, più o meno. Non a livelli da TSO, un po’ sotto, ma insomma.

Mi succede, ogni tanto, con le frasi. Posso rimanere incantato, quasi irretito, da un singolo verso, da un distico, da qualcosa che improvvisamente si separa dal resto della composizione poetica. Ma può accadermi anche con una canzone, con un romanzo, persino con un saggio. Isolo una frase dal libro cui appartiene e, da quel momento, quella frase comincia ad avere per me un’esistenza autonoma. Diventa significativa di per sé, indipendentemente dal ruolo che aveva nel testo originario.

“A gennaio piove sempre a casa tua” ha avuto esattamente questo effetto.

La prima volta che l’ho sentita ha risuonato nella mia percezione con una forza particolare, come se contenesse qualcosa che andava molto oltre il significato immediato del verso. E da allora ho sempre pensato che sarebbe stato un titolo bellissimo per qualcosa.

Non sapevo ancora per cosa.

Sapevo soltanto che, prima o poi, avrei trovato l’immagine a cui apparteneva. In realtà avevo già scattato la foto della quale è diventata il titolo; la foto risale alla primavera del 2025. Viene da Napoli, dal Vomero per la precisione. Era per me un momento di grande smarrimento, di caos, di disagio come si usa dire adesso - tutto il 2025 è stato così - e quel giorno scoppiò improvvisamente un acquazzone violentissimo. Mi rifugiai sotto un balcone per evitare di inzupparmi del tutto. Avevo con me la macchina fotografica perché ero uscito apposta per fare delle fotografie che, tra l’altro, non avrei mai fatto: non arrivai neppure nel posto dove avevo intenzione di andare.

Che volete farci: vederle così, allineate, appoggiate a un mobile, mi è piaciuto

In compenso fotografai la pioggia.

Quell’acquazzone, quel preciso momento, e alcune persone sorprese dall’acqua. Una di quelle fotografie diventò A gennaio piove sempre a casa tua. Che però non si chiamava ancora così. Poi incontrai il verso di Moreno, e il matrimonio si fece. Fu un matrimonio d’amore, molto riuscito: una rarità visto che di solito i matrimoni d’amore sono una pessima idea, il matrimonio è una istituzione che serve a una cosa diversa.

L’altra opera che andrà in mostra, L’epilogo reale ben prima dell’epilogo ufficiale, nasce invece da un’ambizione probabilmente spropositata: provare a mostrare la sensazione di un finale prima che il finale sia effettivamente arrivato.

La scattai nell’agosto del 2025 ad Agia Pelagia, a Creta, in una giornata di afa e di umidità fortissime. L’umidità nell’aria produceva una specie di filtro naturale: le distanze si impastavano, i contorni perdevano precisione e tutto acquistava qualcosa di sospeso.

La costruzione dell’immagine mi piaceva proprio per questo. È un paesaggio marino, in teoria, ma il mare è piccolo, lontano, quasi incapsulato dentro le costruzioni. In primo piano ci sono delle sedie vuote; tutt’intorno, strutture architettoniche. C’è questo bianco, e in teoria di solito il bianco apre, ma qui invece chiude. Non c’è nessuno. Il mare, che in una fotografia scattata su un’isola greca dovrebbe presumibilmente essere un orizzonte, una possibilità, qui è una specie di prigioniero.

Tutto sembra essere già accaduto: ma non qui, da qualche altra parte, in un modo che dalla foto non si evince. C’entra quel mare, le sedie vuote, l’architettura intorno? Non si sa. È da qui che viene il titolo: l’idea che esista un momento nel quale l’epilogo reale di una storia si è già verificato, anche se quello ufficiale deve ancora arrivare. Continuiamo a muoverci dentro qualcosa che formalmente esiste ancora, quando in realtà è già finito.

Per Truglia Art queste due fotografie esisteranno inoltre in una forma particolare. Normalmente sono stampate nel formato verticale 70 × 40 centimetri; per questa mostra ne è stata realizzata invece una versione 60 × 40, espressamente pensata per l’evento. Non verranno prodotte altre stampe in queste dimensioni.

Anche le cornici sono state scelte appositamente: legno blu, invece del nero che utilizzo normalmente, per richiamare in qualche maniera il tema dei giochi d’acqua e di luce dell’edizione di quest’anno. E così, dopo averle montate nelle cornici, me le sono ritrovate davanti, appoggiate nella galleria ancora in preparazione. Le ho fotografate: non sono grandi fotografie, né sperano di esserlo. Sono scatti con il telefono, senza la benché minima pretesa artistica. Al massimo hanno una piccolissima ambizione documentaria.

Ma era proprio quello che volevo documentare. Mi interessava mettere in scena l’opera d’arte prima che diventasse opera esposta. Prima delle pareti ordinate, delle luci sistemate. Quando intorno c’è ancora il casino inevitabile di una galleria che sta preparando un allestimento: cornici, oggetti, materiali, cose spostate provvisoriamente da una parte all’altra. Persino il cane della gallerista che dorme tranquillamente in mezzo a tutto questo.

Le opere sono pronte. Ma non sono ancora in mostra. E forse è proprio questo uno dei momenti in cui, per chi le ha fatte, possiedono il maggior numero di possibilità.

Una volta appesa, un’opera sta lì. Le persone arrivano, la guardano, ne parlano. A qualcuno piace, a qualcuno no. Qualcuno magari la compra — a volte; non sempre, naturalmente. Viene fotografata, commentata, ignorata, ricordata. Entra nel normale circuito delle cose che accadono alle opere quando sono diventate pubbliche.

Il cane, chiaramente, ha capito tutto e fa la cosa più intelligente da farsi

Ma appena prima c’è un intervallo diverso. L’opera è terminata, materialmente esiste, è pronta a essere mostrata, eppure non è ancora accaduto nulla. Può ancora succedere tutto.

È una sensazione che mi fa pensare a In the Mood for Love. Si tratta di un film che ha avuto un peso, un’importanza, per le persone della mia età o giù di lì. Per diversi di noi della Generazione X è stata la scoperta del cinema asiatico, imbarazzata e un po’ tonta: “Ah ma dài, in Asia fanno anche i film, non solo gli stereo e i mangiacassette?”. Sì, c’era Kurosawa, ma Kurosawa era giapponese, e col Giappone ostentavamo una certa familiarità, eravamo cresciuti a pane e Jeeg Robot d’Acciaio. Wong Kar-wai era un’altra roba, molto più estranea.

Una parte enorme della forza di In the Mood for Love, come si sa, sta proprio nel fatto che - per un bel po’ di tempo - ciò che è nel novero delle possibilità sembra avere quasi più consistenza di ciò che accade davvero. I due protagonisti si incontrano, si sfiorano, condividono dei momenti. Hanno esitazioni e desideri. Ma succede pochissimo. Il film sembra aprire davanti a loro una quantità di futuri possibili: potrebbero diventare amanti, potrebbero andarsene insieme. Potrebbero dirsi certe cose. Potrebbero fare quel passo che trasformerebbe definitivamente la relazione in qualcos’altro.

E invece ogni volta la realtà arriva e sceglie.

Una possibilità diventa un fatto e tutte le altre scompaiono. La malinconia del film viene da lì. No, mi correggo: viene da un sacco di cose, quel film è una specie di monumento alla malinconia, di inno alla malinconia. Ma viene anche da lì. Per qualche istante quei futuri sembrano reali quanto quello che poi effettivamente accadrà. Poi il tempo passa, le decisioni vengono prese - o non vengono prese - e quella ricchezza si restringe. La stessa cosa, in una scala ovviamente un po’ diversa, mi sembra accadere davanti a un’opera che sta per essere esposta.

Prima contiene tutte le proprie storie possibili. Potrebbe essere vista da una certa persona, finire in una certa casa, generare una conversazione, essere ricordata, ignorata, venduta, non venduta. In quel momento nessuno di questi destini è ancora più reale degli altri. Poi la mostra comincia. E la realtà comincia a fare quello che fa sempre: elimina possibilità.

Naturalmente è un’illusione. Dopo succederà quello che succede quasi sempre: l’opera verrà appesa a una parete, qualcuno la osserverà, qualcuno passerà oltre, qualcuno magari si fermerà più a lungo, e forse qualcuno deciderà persino di portarsela a casa. La realtà, in fondo, è quasi sempre più avara di risultati rispetto alle possibilità che noi le attribuiamo.

Ma per qualche ora, mentre due fotografie incorniciate di blu sono ancora appoggiate in mezzo al disordine di una galleria e un cane dorme lì accanto, quelle possibilità esistono ancora tutte.

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