Il dialogo tra Roy Batty e Eldon Tyrell in Blade Runner

Ce l’avete presente? Di solito, chi lo ha visto se lo ricorda perché è un pezzo di virtuosismo sia sul piano della scrittura (Hampton Fancher, David Peoples, eroi misconosciuti) che su quello registico e attoriale. È contemporaneamente un faccia a faccia tra figlio e padre, tra creatura e creatore, tra schiavo e padrone, tra uomo e dio.

La scena funziona su più livelli.

Prima di tutto c’è la costruzione simbolica. Roy entra nel lussuoso attico di Tyrell come Lucifero che vada a chiedere conto a Dio del fatto di esser stato gettato nell’abisso. Non vuole potere, non vuole denaro, non vuole vendetta nel senso classico: vuole continuare a esistere. La richiesta “Padre, io voglio più vita” è potentissima perché è primitiva, ancestrale. Voglio vivere di più, perché mi hai concesso un’esistenza troppo breve. E poi c’è la formidabile recitazione di Rutger Hauer. Roy Batty cambia continuamente tono: è triste, infantile, disperato, sarcastico, a tratti perfino mistico. Quando bacia Tyrell prima di ucciderlo, la scena entra in un territorio disturbante e sacrale insieme: l’androide sta per commettere un parricidio rituale. E tutto il cinema cyberpunk successivo vivrà anche di questa intuizione: sotto il futurismo tecnologico c’è sempre la paura della morte.

Visivamente, Ridley Scott gira la scena come un incontro religioso: la piramide della Tyrell Corporation sembra un tempio mesopotamico; la luce dorata fa sembrare Tyrell una divinità artificiale; Roy emerge dalle ombre quasi come una creatura gotica. Tutto comunica l’idea che la tecnologia abbia preso il posto della teologia. Questo è ciò che accade adesso che ci siamo sostituiti a Dio.

Poi c’è il modo in cui Tyrell risponde. Non si comporta come un villain. È mite, paternalistico, persino ammirato dalla propria creatura. Quando dice che Roy ha “fatto cose straordinarie”, sta riconoscendo che il replicante è andato oltre ciò che era stato progettato per essere. È un momento ambiguo in sommo grado, da cui la potenza drammaturgica: Eldon Tyrell, il magnate geniale e visionario, ama davvero la sua creazione? Oppure la contempla come un inventore osserva una macchina sofisticata che lui stesso ha creato, e ha superato le aspettative? Non lo sapremo mai.

Anche il linguaggio è memorabile. Nei dialoghi c’è qualcosa di biblico, di tragedia greca. Frasi tipo: “La luce che brucia due volte più intensa brucia per metà tempo” sono costruite come aforismi, sembrano progettate per sopravvivere al film. In qualche modo sono dei meme, senza il connotato spregiativo legato oggi a questa parola, e da ben prima che i meme esistessero.

La cosa forse più importante, però, è che il dialogo ribalta il fulcro morale del film. Formalmente Roy dovrebbe essere il mostro. Il suo ruolo nel film è quello del cattivo che Deckard affronterà nello scontro finale, dopotutto. E tuttavia, scena dopo scena, diventa il personaggio più umano di tutti. Ha paura di morire, soffre, desidera che la propria vita abbia un senso, cerca il padre, prova rabbia per via del proprio destino. Tyrell, invece, appare freddo, distante, incapace di vera empatia. È lì che Blade Runner smette di essere solo noir fantascientifico e diventa una riflessione su ciò che siamo in quanto esseri umani.

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