Il ciclista, di Viken Berberian

Una cosa molto bella di questo romanzo, che io ho nella traduzione di Anna Mioni e non ho mai letto in originale, è che a un certo punto della vicenda l’io narrante prende in esame la distinzione tra gourmet e gourmand, ovvero tra l'intenditore raffinato di cibi e il semplice ghiottone. Il ciclista è un romanzo nel quale si parla continuamente di roba da mangiare, perché il protagonista è un gourmet, ed è stato un gourmand prima di diventare un gourmet, e ci tiene a farci sapere la differenza. In un certo senso è un esteta e un gaudente, perché nel raccontarci la sua storia chiama continuamente in causa l'aspetto sensoriale e sensuale della vita, la percezione dei piaceri dell'esistenza, dal gusto del cibo al rapporto con la fidanzata Ghaemi. Una cosa che fa un certo effetto, visto che il protagonista è, e noi lettori lo sappiamo, un terrorista suicida che ha intenzione di farsi saltare in aria in mezzo a un sacco di gente, in Libano. Un terrorista suicida che non ha per nulla i tratti del fanatico religioso ignorante e becero, anzi: è uno che ha studiato in Europa, a Londra, e lì ha appreso i fondamenti della sua educazione al godimento del Bello, e questa educazione estetica è andata avanti di pari passo con la sua iniziazione al terrorismo, anzi direi che le due cose sono inscindibili: so che detto così sembra folle, ma leggete il libro e capirete meglio.

Anzi, più raffinata si fa la competenza estetica del protagonista, più egli diventa una persona capace di capire e godere la Bellezza, e più si fa in lui risoluta l'adesione al terrorismo. La storia de Il ciclista è la storia di un tizio che racconta tutto un mondo che vive in bilico tra Eros e Thanatos, e non è solo un modo di dire: la morte, in quel mondo lì, è un dato continuamente presente, va sempre di pari passo con la vita. Coloro che vogliono distaccarsene, per così dire, almeno per un periodo debbono allontanarsi dal Medio Oriente. Periodo che a volte, come nel caso del protagonista del libro, porta a una riscoperta delle proprie origini culturali e religiose da una prospettiva sghemba, alterata, che introduce tutto un insieme di suggestioni: volontà di potenza, consapevolezza estetica, soggezione al fascino della violenza, coinvolgimento in prima persona nella dialettica di scontro tra culture. Ne rende testimonianza il linguaggio del protagonista, al tempo stesso brutale, lussureggiante e febbrile:

"Le donne elisabettiane dormivano con una mela sotto l’ascella, poi offrivano il frutto ai loro amanti perché ne traessero un godimento olfattivo. Per chi preferisce i profumi d’ambiente, c’è sempre un pacchetto di Kent. C’è anche la scia adulterata dei profumi commerciali, più fetidi del puzzo di una tomba. Nessuno di questi odori uscirebbe bene dal confronto con i vapori che emanano da Ghaemi. Annusarla significava conoscere il mondo. Una zaffata della sua ascella poteva scatenarmi una jihad nei meandri della cavità nasale. Mi stuzzica le ciglia, quegli organi molecolari a forma di frusta che stanno nascosti dentro le narici, poi le fa schioccare a più non posso. Credo di aver capito, per sommi capi, come funziona la base chimica della nostra attrazione. Pare che, quando la molecola dell’odore interagisce con la membrana recettrice, si producano degli impulsi elettrici. Quando i segnali in codice inviati da molte cellule si uniscono, determinano un’esplosione collettiva che va ben oltre il naso, e della quale nessuna potenza egemonica potrebbe contrastare le conseguenze sconvolgenti".

Indietro
Indietro

Telefonarsi nel cuore della notte

Avanti
Avanti

Friday, di Robert A. Heinlein