Groppi d’amore nella scuraglia, di Tiziano Scarpa

Ci sono libri in cui la lingua serve a raccontare una storia e libri in cui, a un certo punto, ci si accorge che la lingua coincide con la storia. Groppi d’amore nella scuraglia di Tiziano Scarpa appartiene decisamente alla seconda categoria.

Uscì per Einaudi nel 2005, venne ripubblicato nel 2010 e nel 2020 arrivò a una terza edizione, nella “Collezione di poesia”, riveduta dallo stesso Scarpa anche attraverso alcuni interventi strutturali (io possiedo l’edizione del 2005, presa su una bancarella a un euro e cinquanta). È variamente definito racconto in versi, poemetto, poema narrativo; definizioni che possono andar tutte bene, nella misura in cui le definizioni servono a qualcosa. Che sia scritto in versi, è vero; che racconti una storia, anche. Però alle definizioni che ho elencato sfugge non poco. C’è un che di teatrale, poco ma sicuro; fin dall’inizio, del resto, Groppi ha avuto una fortissima vocazione performativa. Leggo che l’autore lo portava in scena leggendo i versi; e Carla Benedetti, recensendolo nel 2005, parlò di “scrittura vocale” e di Scarpa come di un “fonoautore”. Però anche parlare di teatro semplifica un po’ troppo le cose. Di sicuro è un testo in cui il suono è importante quanto il senso, se non di più, ed è probabilmente la cosa che in esso trovo più attraente. Epperò c’è anche altro.

La storia, ridotta all’osso, è abbastanza semplice. In un paese imprecisato dell’Italia centro-meridionale dovrebbe essere costruita una gigantesca discarica. Il sindaco sponsorizza il progetto, che nella popolazione desta più di qualche ostilità. Scatorchio, innamorato di Sirocchia e geloso del rivale Cicerchio, per fare dispetto a quest’ultimo si infila nella tenzone e dà il via a una tragicomica sarabanda di eventi che non sto qui a dirvi: il libro è corto, fate prima a scoprirli da voi.

E poi, a raccontarlo dalla trama, Groppi d’amore nella scuraglia sembra un libro diverso da quello che è. Perché in mezzo alla storia della discarica e alla storia d’amore ci sono Gesù, la Maronna, Iddio Patro, il nonnio, la vidova Capecchia, il gatto gattaro, il cane canaglio, il surcio pantecano, il rundenello, il pepestrello, il bombo muscario e una quantità di altre creature con cui Scatorchio, protagonista nonché io narrante, parla più o meno allo stesso modo in cui parla con gli esseri umani.

Scatorchio, in sostanza, è uno che attacca bottone con chiunque: e “chiunque” va inteso nel senso più ampio possibile. Può essere uno scoiattolo, può essere un insetto, può essere Gesù Cristo. A volte il suo interlocutore gli risponde; altre volte no. Altre volte ancora, Scatorchio deduce cose dai comportamenti degli animali e decide da solo che cosa essi pensano del mondo. Leggo, ancora, che Tiziano Scarpa ha definito Groppi un “breve poema narrativo” che potrebbe essere letto anche come una lunga preghiera rivolta a Gesù: cioè una narrazione nella quale il discorso non viene semplicemente pronunciato nel vuoto, ma possiede quasi sempre un destinatario.

E tutto questo viene raccontato attraverso una lingua che non esiste.

Il dialetto di un paese che non esiste

Perché dire che Groppi d’amore nella scuraglia è scritto “in dialetto” sarebbe inesatto. Scarpa ha parlato di una “koinè, un mischione di dialetti”: le descrizioni editoriali fanno riferimento alle parlate centro-meridionali, mescolate addirittura con forme che evocano i volgari italiani delle Origini. Treccani parla di una lingua che combina diversi dialetti centromeridionali.

Leggendola, ciascuno può sentirci qualcosa. Io, per esempio, ci sento dentro aree del Lazio meridionale, Cassino, certe zone della Campania; qua e là mi vengono in mente il Cilento, la zona tiburtina, quella velletrana. Potrei sbagliarmi completamente, perché non sono un dialettologo e non ho nessuna intenzione di fingermi tale. D’altronde Scarpa non sta facendo filologia del vernacolo. Il paese del libro non è localizzabile con precisione e nemmeno la sua lingua deve esserlo.

Il dialetto, qui, è materiale poetico e narrativo. Scarpa prende suoni, morfologie, terminazioni, parole riconoscibili o quasi riconoscibili, e dove trova qualcosa che può essere arraffato lo arraffa a mani basse. Altre cose, con ogni probabilità, le inventa direttamente. Sembra che la sua intenzione sia quella di farci leggere una lingua contemporaneamente nota e sconosciuta. Ed è precisamente nello spazio tra queste due condizioni che comincia il divertimento.

Il primo dispositivo comico: il senso

La prima cosa interessante della lingua in cui Scatorchio si esprime è che essa costituisce un potentissimo dispositivo di comicità.

Non è l’unico. Groppi d’amore nella scuraglia è un libro comico per svariate ragioni: per le situazioni, per i personaggi, per il modo in cui Scatorchio guarda il mondo, per la sua sproporzione continua fra il sublime a cui aspira e la materialità alquanto miserabile dentro cui si muove. Ma la lingua è sicuramente uno dei principali strumenti attraverso cui questa comicità viene prodotta. E lo fa, essenzialmente, in due modi: per senso e per suono.

Il primo è abbastanza semplice da riconoscere.

Scarpa accosta continuamente parole che noi non siamo abituati a vedere insieme. Molto spesso si tratta di un sostantivo e di un aggettivo, ma non per forza. Una delle parole può essere italiana, una può sembrare dialettale; o tutt’e due possono sembrare dialettali, salvo poi scoprire che non c’è un dialetto che le contenga e che probabilmente Scarpa se le è inventate. Nascono così il “gatto gattaro”, il “cane canaglio”, il “surcio pantecano”, il “bombo muscario”. Ma anche “lampa attizzata”, “farcere cacanza”, “crucefisso scolastico”, “beati papati”. Sono espressioni che capiamo subito o quasi subito: ma che, allo stesso tempo, non avevamo mai sentito. La lingua di Scarpa non diventa quasi mai veramente incomprensibile; ti lascia sempre abbastanza vicino alla lingua italiana perché tu possa afferrare il significato, ma abbastanza lontano da farti leggere la parola un’altra volta. C’è una continua frizione fra ciò che conosciamo e ciò che è estraneo: ed è una frizione comica.

Da questo punto di vista possono venire in mente due riferimenti abbastanza diversi: Totò e Andrea Camilleri. Il paragone con Totò non deve essere preso filologicamente, beninteso. Totò costruisce gran parte della propria comicità linguistica attraverso collisioni di registri, deformazioni, parole capite male, ipercorrettismi, italiano burocratico o aulico che precipita continuamente dentro il napoletano e viceversa. Camilleri compie un’altra operazione ancora: costruisce una lingua letteraria ibrida, immediatamente riconoscibile, fondata sull’italiano ma continuamente attraversata dal siciliano.

Scarpa parte da un territorio simile e poi, secondo me, diventa più irresponsabile - nel senso migliore del termine. Totò e Camilleri possiedono alle spalle due sistemi linguistici fortissimi, il napoletano e il siciliano: dai quali si allontanano, con i quali giocano, che deformano. Scarpa usa invece il dialetto quasi come un materiale da costruzione. Può prendere una parola, storpiarla, attaccarle un suffisso, metterla accanto a un’altra parola che non dovrebbe starci e vedere che cosa succede. E molto spesso succede che fa ridere.

Il secondo dispositivo comico: il suono

Poi c’è il suono. E qui la faccenda si fa più interessante, perché Groppi d’amore nella scuraglia è uno di quei libri in cui leggere in silenzio significa, in qualche misura, perdere qualcosa. Non è un caso che abbia avuto una vita teatrale così lunga, né che sia stato portato sulla scena prima dall’autore e poi da diversi attori. La natura teatrale del poemetto viene sottolineata anche nella presentazione dell’edizione del 2020.

Questa lingua esiste per essere pronunciata. Bisogna mettersela in bocca.

Una delle cose che mi colpiscono di più è l’uso forsennato della vocale “u”.

Non saprei spiegare scientificamente perché faccia ridere. Forse un linguista potrebbe spiegarmelo; io no. L’unica cosa che mi torna in mente è la trappola della rima in “-uto” in cui cadde lo sventurato MC Fierli ai tempi di Manuto (cercatela, se vi va, su YouTube: è uno dei più noti esempi di canzone rap brutta che, nella sua pochezza, val la pena ascoltare perché fa ridere). Manuto, perché sei caduto? Aiuto aiuto aiuto, aiuto aiuto aiuto. Però è un po’ poco.

So tuttavia che la potenza comica della vocale “u” è un dato reale: e lo so da quando, molti anni fa, sentii uno stornello popolare di cui non ricordo più con certezza la provenienza - forse tiburtina, forse abruzzese - che nella mia memoria suona più o meno così:

“Sugliu balcunu meu ce sò le rose,
sugliu balcunu teu le corna appese”.

Provate a tradurlo:

“Sul balcone mio ci stanno le rose, sul balcone tuo ci stanno appese le corna”.

È la stessa battuta. Ma non fa ridere allo stesso modo. Anzi, quasi non fa più ridere. Il che dovrebbe bastare a dimostrare che una parte non minore dell’effetto comico non si trova nel significato della frase. Sta nel modo in cui quella frase occupa la bocca.

Scarpa questa cosa la capisce benissimo. Le “u”, le consonanti raddoppiate, gli articoli, le deformazioni dei nomi, le desinenze pseudovernacolari finiscono per creare una specie di strumento musicale. E Scarpa quello strumento lo suona per tutto il libro. Carla Benedetti, parlando già nel 2005 della dimensione “vocale” del testo, aveva individuato questo fenomeno: Groppi non chiede soltanto di essere decifrato semanticamente, chiede di essere eseguito.

Oltre il fatto di ridere

A questo punto, però, sarebbe ingeneroso limitare la funzione della lingua di Groppi d’amore nella scuraglia al suo fattore comico. Perché la lingua di Scatorchio è anche un potentissimo dispositivo informativo.

Il libro procede per scene molto brevi: succede qualcosa, o Scatorchio fa qualcosa, o Scatorchio parla con qualcuno. Il sindaco annuncia che il paese diventerà una discarica. Scatorchio incontra una persona. Litiga. Desidera Sirocchia. Parla con un animale. Parla con Gesù. Quello che quasi non fa mai è sedersi metaforicamente davanti al lettore e spiegargli chi è. Non ci sono grandi introspezioni psicologiche (grazie Tiziano Scarpa, per sempre grazie). In una letteratura italiana dove il pippone introspettivo conosce una torrenziale e - tengo a dirlo - immeritata fortuna, Groppi è allergico al pippone introspettivo. Anzi, è allergico al pippone tout court.

Scatorchio non dice, mai: “Sono un uomo di questo tipo, appartengo a questo ambiente sociale, provo questo sentimento verso la religione, questo è il mio rapporto con le donne, questa è la mia idea dell’amore”. Eppure, alla fine del libro, noi tutte queste cose abbiamo l’impressione di saperle.

Scarpa non ci dice esplicitamente che tipo di donne piacciono a Scatorchio. Eppure, quando Scatorchio parla di Sirocchia, le parole che sceglie ce lo raccontano. Scarpa non ci consegna un dossier sulla famiglia d’origine di Scatorchio. Eppure dalla lingua che usa, dalle gerarchie che riconosce, dal modo in cui nomina gli altri, dalla maniera in cui pensa al paese, agli uomini e alle donne, noi siamo in grado di collocarlo con una certa precisione dentro un ambiente socioculturale.

E questa sarebbe ancora la parte facile. Andiamo su qualcosa di più difficile.

Che cosa pensa Scatorchio di Dio?

Scarpa non interrompe mai il racconto per dirci quale sia l’idea di trascendenza di Scatorchio. Non ci rende noto quale sia il suo rapporto con il cristianesimo, con la Chiesa, con Dio. Nel libro compaiono anche personaggi musulmani che Scatorchio chiama “gli arabacci sfedeli”: e anche questa è un’informazione. Ci dice qualcosa di Scatorchio senza che Scatorchio costruisca una teoria religiosa. Ma soprattutto, Scatorchio parla con Gesù.

Si incazza con lui. Lo rimprovera. A un certo punto gli dice letteralmente che è una delusione. Ed è qui che il dispositivo linguistico diventa di una eleganza e di una sensibilità sofisticate, perché noi non abbiamo bisogno di una pagina intitolata “Il rapporto di Scatorchio con la trascendenza”. Ce l’ha già raccontato il modo in cui gli parla: Dio, per Scatorchio, non è un concetto. È un interlocutore: qualcuno con cui si può discutere, protestare, litigare, negoziare e, alla fine, continuare comunque a parlare. Per questo l’osservazione successiva dello stesso Scarpa, secondo cui tutto il libro può essere letto come una lunga preghiera rivolta a Gesù, mi sembra più interessante di molte cose che solitamente gli scrittori dicono dei propri libri. La religiosità di Scatorchio non viene spiegata: accade linguisticamente.

Un uomo raccontato senza essere descritto

Questo vale praticamente per tutto. Scatorchio parla con la donna che desidera, con il rivale, con il sindaco, con Gesù, con gli animali. E ogni volta che parla, deposita informazioni su se stesso. Per mezzo del lessico, della sintassi, delle metafore che usa, degli insulti di cui si serve. È per questo che alla fine abbiamo la strana impressione di conoscere molto bene un personaggio del quale, in termini tradizionali, ci è stato detto pochissimo.

Non sappiamo nemmeno con precisione che faccia abbia. Non sappiamo quanti anni abbia - almeno, io non ricordo che Scarpa lo dica da nessuna parte nel libro. Non conosciamo nei dettagli la sua genealogia. Ma sappiamo chi è, o almeno siamo convinti di saperlo. Che poi si tratta di deduzioni del lettore: Scarpa non si volta verso di noi alla fine del libro per confermarle una per una. Ma è precisamente qui il risultato letterario.

La lingua inventata di Groppi d’amore nella scuraglia non è un rivestimento applicato alla storia dopo che la storia è stata costruita. Non è “colore locale”, anche perché non esiste nessun luogo reale al quale quel colore possa appartenere. Non è un lessico appiccicato alla storia da uno che scrive bene e vuol farci vedere che è bravo. Non è nemmeno soltanto una macchina per fare battute. Qui la lingua è una macchina che genera tutti i sensi di cui la storia ha bisogno: voce, caratterizzazione, geografia, sociologia, psicologia e teologia. Più Scarpa inventa una lingua che nessuno parla, più ci convince che quell’uomo potrebbe parlare soltanto così.

Il gatto gattaro, il bombo e noi

Lo stesso accade con il bestiario. Le parti in cui Scatorchio si rivolge al gatto gattaro, al cane canaglio, al surcio pantecano, al bombo muscario non sono semplici intermezzi buffi. La cosa divertente, anzitutto, è che Scatorchio non sembra percepire una grande differenza ontologica fra rivolgersi a loro e rivolgersi a Gesù Cristo. Il che produce comicità: ma al tempo stesso produce anche il mondo morale del libro. Un mondo nel quale uomini, animali e divinità sono tutti, in qualche maniera, convocabili. Si può parlare con tutti, sperare che tutti ti rispondano, senza mediazioni. Anzi, c’è un momento del libro in cui Scatorchio si rivolge a Gesù proprio per dirgli che non deve fidarsi del prete del paese, la cui mediazione gli fa fare brutta figura coi paesani, perché il prete distorce il messaggio cristiano spiegando ai fedeli che Gesù non va preso troppo alla lettera, le cose che fa e dice nel Vangelo sono un po’ troppo radicali, e quindi bisogna ringraziare Iddio che c’è il papa che ci protegge da Gesù.

La lingua sa più cose di Scatorchio

Alla fine credo che il risultato più notevole di Groppi d’amore nella scuraglia sia proprio il fatto che Tiziano Scarpa costruisce una lingua che sembra povera, bassa, sgangherata, perfino primitiva, e le affida una quantità enorme di informazioni.

Scatorchio non deve sapere tutto di sé, perché ci pensa la sua lingua a sapere ciò che deve dirci. Gli basta parlare e noi sappiamo cosa e come desidera, da quale mondo proviene, quali sono i suoi mali e i suoi orrori, quale rapporto intrattiene con Dio. Per questo mi sembra che qui il grande risultato di Scarpa non consista semplicemente nell’avere inventato un dialetto credibile, bensì nell’aver inventato una lingua che racconta il suo protagonista: e, per mezzo dei suoi occhi, il mondo in cui egli abita. Dopo qualche pagina non ci chiediamo più quale sia il dialetto vero nascosto dietro quello falso. Non importa più se una parola venga dal Lazio, dall’Abruzzo, dalla Campania, da un volgare trecentesco o direttamente dalla testa di Tiziano Scarpa.

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