Dogville, di Lars Von Trier

Il colpo di genio di Lars Von Trier, quando ha scelto di portare al cinema qualcosa che assomiglia molto al teatro - sto parlando di Dogville, perché Manderlay non gli è mica venuto tanto bene - sta nell'avere scelto di affrontare la scena teatrale, e di surcodificarla cinematograficamente, in luogo di una semplice transcodificazione: non il cinema al servizio del teatro, ma al contrario. Il gesto non consiste nel mostrare, su di uno schermo, uno spettacolo teatrale, cancellando le diversità di codici e di convenzioni, ma a servirsi del linguaggio teatrale come materiale per un linguaggio cinematografico. Da qui la scelta di Von Trier di mostrare - sorta di effrazione, di stupro - ciò che a teatro uno spettatore non vede mai: il primo piano dei visi, la dinamica dei gesti teatrali vista dall'interno, con le sue insospettabili distanze o secondo visuali inconsuete; in particolare verticali, piazzando la telecamera sopra gli attori e il set, mostrando quest'ultimo come una pianta stilizzata.

Ora, la cosa più curiosa, è che questa surcodifica, questa sovrapposizione di un linguaggio a un altro, non sono assolutamente irriverenti: in un certo modo, Von Trier è completamente fedele al teatro, mettendo in scena film che sono in realtà racconti orali in cui la voce narrante è il motore della narrazione, e i personaggi non sono che burattini: in Dogville, ogni volta che sentiam dire alla voce narrante, "Grace fece la tal cosa" o "Grace andò nel tal posto" vediamo poi Grace fare quella cosa o andare nel tal posto, e così gli altri personaggi. Questo impiego dei personaggi come burattini è così spinto che Von Trier riesce a sforzarli a far cose che in un contesto che non fosse quello di un teatro dei burattini, risulterebbero insensate e deliranti: ad es. quando i paesani di Dogville fabbricano il collare con la catena e lo affibbiano a Grace per impedirne la fuga. Scena che in un diverso ambito fallirebbe miseramente: ma che invece, nel film di Von Trier, funziona benissimo. Forse che Von Trier miri, ponendo le sue storie di cinema in un contesto di teatro di burattini, a mettere in scena situazioni che altrimenti noi non accetteremmo, e dinanzi alle quali ci rifiuteremmo di sospendere l'incredulità? Mi sembra un'ipotesi ragionevole: se provate a figurarvi Dogville come film "realistico", girato magari in esterni (!?!), ecco, provate a dirmi se "ci state" ad accettare la scena in cui Grace vien trombata sul cassone coperto del camion dal guidatore scemo del camion suddetto, nel mezzo di un mercato; oppure la strage dei paesani alla fine del film...


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