Death Note, di Tsugumi Ōba e Takeshi Obata

Death Note è stato serializzato in Giappone tra il 2003 e il 2006, e si avvia a diventare un classico - ergo, si può iniziare a parlare del perché lo sta diventando. Io, qualche idea, ce l’avrei.

Una narrazione raramente si avvia alla classicità senza una struttura archetipica forte, e Death Note ce l’ha. Prende una fantasia adolescenziale molto comune - “e se potessi decidere chi vive e chi muore?” - e la tratta con lucidità adulta, lavorando sulla drammaturgia per portarla gradualmente alle estreme conseguenze. Soprattutto, non la romanticizza mai. Ti fa desiderare di stare dalla parte del protagonista Light Yagami: e al tempo stesso ti mostra, scena dopo scena, la putrefazione mentale che il suo percorso comporta. Perché il quaderno della morte è terrificante non tanto per i poteri che conferisce, ma per il modo in cui consente di uccidere. Basta scriverci dentro il nome di qualcuno mentre se ne richiama il volto alla memoria: è una cosa che si può fare nelle situazioni più disparate, in modo anche un po’ disattento, senza metterci chissà che impegno. Per cui Light Yagami uccide mentre mangia patatine, studia, va a lezione. La morte perde sacralità e diventa dapprima strategia: eppoi opportunità, valutazione, perfino capriccio.

Ma Tsugumi Ōba, che ha scritto la storia, non si ferma qui. Perché fin qui è orrendo, d’accordo, ma in parte già visto. La banalità del male, no? Da quando Hannah Arendt ne ha parlato raccontando il processo ad Eichmann, il tema di come la violenza e la morte possano diventare casistiche interamente desacralizzate è stato narrato molte volte, e ha pure stufato un po’. Il colpo di genio di Death Note è che, man mano che la storia va avanti, per molti capitoli il lettore pensa: “Però forse sta funzionando”. È una sensazione forte, intossicante. Ti accorgi che una parte di te è sedotta dall’efficienza assoluta. Dal controllo totale. Dall’idea di eliminare il caos umano con un colpo di spugna. E quando te ne rendi conto, il manga ha già fatto il suo lavoro psicologico. Tanto di cappello.

Questa cosa funziona anche perché Light Yagami non è un mostro. Oddio, è pur vero che mostra quasi subito narcisismo, delirio messianico e gusto della superiorità. Però è capace, al tempo stesso, di mettere in campo una razionalizzazione dei fatti e della strategia che ha impostato. E questo perché non è un tipo ai margini, un pazzo scatenato o un sadico caricaturale. È bello, intelligente, colto, disciplinato, privilegiato. È il figlio ideale del Giappone meritocratico. Lui stesso non si percepisce come cattivo, non dice mai: “Voglio distruggere il mondo”. Dice: “Voglio purificarlo”. La sua logica è sempre quasi plausibile. Ogni volta supera un limite minuscolo: prima usa il quaderno per eliminare dei criminali. Poi iniziano ad esserci i danni collaterali, l’innocente che ci va di mezzo e ci dispiace tanto ma poteva andare solo così, e infine chiunque intralci il suo progetto. Death Note ci racconta come l’autoritarismo morale non arrivi con le corna del demonio: bensì con una razionalizzazione elegante, fatta da un meritocrate intelligente e capace, con la faccia di quello che la sa lunga.

Ovviamente, tutto questo non funzionerebbe così bene se l’interlocutore di Light Yagami non fosse Ryuk, appartenente alla schiera degli dèi della morte, che in Death Note sono una specie di sindacato con regole d’ingaggio e comportamentali; hanno perfino le loro brave buste paga quantificate in anni di vita che riescono a strappare. Ryuk non ha nulla di luciferino. Non si mette nei panni del tentatore. Non corrompe Light: il quale fa tutto quello che fa perché decide serenamente di farlo. Ryuk è il membro di una casta di burocrati cosmici con l’esaurimento nervoso incipiente, che introduce un quaderno della morte nel mondo umano per spezzare la monotonia. È quasi un ferroviere cosmico in burnout, e assiste a ciò che Light fa con esemplare indifferenza. Al massimo, si fa una risata. Ma perlopiù si annoia. È il nichilismo puro: l’universo non ti ferma, non ti giudica, non commenta come una voce fuori campo. Ti lascia fare, mentre prende atto di quanto lontano sei disposto ad spingerti. E, con lui, noi prendiamo atto delle azioni di Light Yagami e della cosa importante che Death Note ha da dire: che, dato potere assoluto e impunità, in una mente brillante e sotto certi aspetti bene intenzionata può risvegliarsi una componente mostruosa che era già lì in nuce, ma sarebbe potuta restare latente. E se qualcosa di simile ci fosse in ciascuno di noi?

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