Tu non vuoi andare in Via Ferrante Imparato

Mi è venuta un’idea per un progetto fotografico, che mi piacerebbe avesse per titolo Tu non vuoi andare in Via Ferrante Imparato (sì, certo, c’è un riferimento al Vecchioni di Io non devo andare in Via Ferrante Aporti). Un progetto visuale - che può essere una mostra fotografica, un libro, tutt’e due, magari anche dei corti con delle interviste - sull’idea di periferia industriale come rimozione mentale. Sul fatto che certe strade esistono già come narrazioni minacciose, ben prima che come elementi geografici.

Via Ferrante Imparato, a Napoli Est, ha già nel nome qualcosa di concreto e ferruginoso: capannoni, logistica, officine, prostitute, parcheggi vuoti, Tir, cavalcavia, e di là dalle recinzioni un mare che non sembra il mare. Mi piacerebbe raccontarla come una specie di limbo urbano notturno, un posto dove il capitalismo contemporaneo - che è un capitalismo della logistica, del prendere le cose da una parte e venderle da un’altra, più che del fabbricarle - dà le spalle a chi guarda per mettere in mostra il suo ingombrante didietro.

Visivamente, immagino un bianco e nero durissimo e lunare: fari di camion che sfondano il buio; lavoratori ripresi da lontano, minuscoli; distributori automatici illuminati nel bel mezzo del nulla; ragazze ferme sotto i lampioni con espressioni più annoiate che tragiche; cani randagi; reti metalliche; il mare intravisto fra container e industrie; autobus semivuoti all’alba; pioggia sull’asfalto industriale; uomini che fumano davanti a cancelli chiusi. Il bar alle quattro di mattina, l’ufficio di notte da fuori con una sola luce accesa, il rider sotto la pioggia. Una donna, tutta elegente e acchittata, davanti a un’autocarrozzeria. Uno che spinge un carrello della spesa dentro un parcheggio. Gente che fa benzina al distributore. Cose così.

Ma soprattutto, sarebbe una narrazione sull’evitamento. Il titolo è fondamentale: Tu non vuoi andare in Via Ferrante Imparato. Quindi, non “io vado”. Non “ecco Via Ferrante Imparato”. Ma: tu non vuoi andarci.

Perciò il progetto parlerebbe di: persone che procrastinano, o evitano, o si dileguano; ansia sociale; pensieri intrusivi; rimosso psicologico; desiderio di restare nei quartieri “raccontabili”; aspirazione alla gentrificazione; terrore “borghese” per le zone senza estetizzazione possibile. E forse la cosa più interessante sarebbe la scelta di non indagare, e non far capire, se Via Ferrante Imparato sia un posto reale o uno stato mentale, un qualcosa che ci portiamo appresso nella testa dopo l’industrializzazione forzata degli anni Settanta, il declino di quel modello economico, migliaia di posti di lavoro saltati, il downsizing, la trasformazione delle aree produttive in spazi di stoccaggio dove non si produce più nulla ma i titani della logistica fanno i soldi accumulando cose fabbricate altrove e poi distribuendole. Questo posto, noi non sappiamo nemmeno se esiste davvero, se corrisponde alla leggenda che ci raccontiamo: perché è un posto dove non vogliamo stare. E quindi, non andiamo mai a verificare com’è.

La sociologia progressista ci dice che posti siffatti possono essere indagati, capiti, risanati, restituiti alla città (piace tanto, ai progressisti, questa espressione). La mentalità conservatrice, e il capitalismo finanziario, ci raccontano invece che sono luoghi perduti, sacrificabili, da attraversare con le sicure abbassate e i finestrini chiusi: fino al giorno in cui il margine non si sposta altrove, e allora sono bell’e pronti da gentrificare. E se fossero in errore, tutti? Se fosse una colossale sciocchezza guardare Via Ferrante Imparato come un “problema urbano”? Se una Via Ferrante Imparato fosse dentro di noi, sempre e comunque? Se fosse il posto dove finiscono tutte le cose che non vogliamo integrare nella nostra narrazione pubblica? Il fallimento, la stanchezza, il lavoro alienato, la paura di essere rimasti indietro, la sensazione di subire i flussi economici senza poterli governare in alcun modo?

Il retrobottega psichico della contemporaneità post-industriale, ecco. Un posto da evitare come la peste: e infatti non ci andiamo. Perché temiamo che, una volta arrivati lì, qualcuno ci riconosca.

Non dico che sia così, ma non sarebbe un quesito interessante da porre?

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