Davvero è così importante, leggere I Promessi Sposi a scuola?
Dico la mia, e la tocco piano: con buona pace dei recensori e dei critici che usano l’aggettivo “necessario”, si tratta di un aggettivo discutibile se lo si applica ai libri – e a qualunque opera d’arte, va da sé. Si può vivere benissimo senza I Promessi Sposi, senza Dante, senza Petrarca, senza Shakespeare, senza Il sogno della camera rossa che in Cina conoscono tutti e qui i più non sanno manco cosa sia, senza uno dei tanti libri canonizzati che qualcuno considera irrinunciabili. La storia della letteratura ha visto, nel suo corso, qualcosa come cinquecento capolavori di calibro mondiale, e mi sto tenendo basso. Se pure ne perdessimo una cinquantina, non succederebbe niente. Non è successo con le opere dei tragici greci, che pure erano considerate essenziali dai loro contemporanei, e con ogni probabilità toccavano la sensibilità di allora come le serie tv toccano quella di oggi, perché a teatro ci andavano quasi tutti: di Euripide abbiamo una quota modesta della produzione, la gran parte è andata perduta, eppure non mi pare che qualcuno abbia versato lacrime su questa assenza; o se le ha versate io non c'ero, e scommetto neanche voi. Eschilo ha scritto una settantina di tragedie, ci è rimasto il dieci per cento; era bravo, anzi molto più che bravo, tant'è che continuiamo a metterlo in scena: ma se anche avessimo perso tutto non staremmo troppo ad angosciarci. Per i poeti lirici non va meglio: di Saffo si è perso quasi tutto, di Alceo resta appena qualche frammento. E i filosofi, ne vogliamo parlare? Di Epicuro abbiamo ricostruito il pensiero su basi così tenui che magari a un certo punto della sua vita ha cambiato idea su tutto e noi potremmo non saperlo neanche. Ogni cosa è molto più sostituibile e intercambiabile di quanto la romanticizzazione dell'idea di arte, questa sciagura cosmica, non ci abbia portato a pensare.
Se poi passiamo alle arti figurative e plastiche, apriti cielo: abbiamo letteralmente dozzine di opere dell’antichità che ai tempi erano considerate immense, sublimi, roba che la gente faceva dei viaggi apposta per vedere, ed è andato tutto in rovina quando non proprio in cenere. Siamo pieni di resoconti di viaggiatori dell’età classica i quali ci parlano dell’emozione di vedere cose che non esistono più. Io ogni tanto mi faccio due passi alla Centrale Montemartini a Roma, che è una fantastica occasione di riflettere su questa cosa: statue dell’antichità classica smozzicate, mutilate, rotte esposte dentro una ex centrale elettrica. Dentro una ex centrale elettrica, mi capite. Sono finite in un posto che gli antichi, coi valori che avevano, avrebbero considerato il più infimo tra gli infimi: dove lavoravano quelli che loro avrebbero considerato schiavi. Noi la pensiamo diversamente, è chiaro, ma credete che se i loro autori potessero essere risuscitati capirebbero il modo in cui la pensiamo noi? Credete che sarebbero contenti? Chi mirasse all’immortalità artistica, mi vien da dire, si facesse anzitutto due conti: quello che rimane, eccolo.
Se poi mi dite che nel quadro di un approccio storicistico alla letteratura italiana, I Promessi Sposi è importante perché è stato forse uno dei pochi tentativi di scrivere il Grande Romanzo Italiano – che non esiste, almeno non nel senso in cui esistono il Grande Romanzo Francese o il Grande Romanzo Russo – e perché ha bene o male influenzato molto di ciò che è avvenuto dopo, allora vi do ragione, ma davvero mi state dicendo che l’approccio all’insegnamento letterario nella scuola italiana è storicistico? Perché secondo me, se prendo una manciata di adolescenti italiani che vanno a scuola e gli chiedo cos’è lo storicismo, non lo sanno mica.