Čechov

Ero in Russia da poco

E si sa come vanno a finire, queste cose

 

C’ero andato per fare il dottorato

In Calcolo Computazionale

All’Università Statale di Novosibirsk

Che è, o era all’epoca, una città

Piena di studenti

 

Alcuni russi che abitavano

Nel mio stesso palazzo

Mi dissero: “Venga con noi a teatro

Ci sarà Čechov”

 

Lo dissero col tono

Di chi è convinto

Che Čechov sarà presente di persona

Cosicché mi sentii in difficoltà, a rifiutare

Perché ebbi la sensazione che Čechov

Se ne sarebbe offeso

 

Fui sincero: spiegai loro

Che non capivo il russo parlato

Al punto da intendere da cima a fondo

Uno spettacolo teatrale

 

Mi rispose, tra di loro, una donna. La quale disse:

“Che importa, un giorno

Lo capirai”

 

Quella frase

Mi fece rimpiangere

Che quella donna non avesse l’aspetto

Di una ninfa svagata

O di una principessa in esilio

Ma spesso le battute migliori

Vengono dette da persone

Che non hanno la faccia giusta

Per quelle frasi

La vita non è un cinema

 

Quella donna aveva un viso

Da greca

Con dei capelli neri che scappavano da sotto una specie di coppola

Da mafioso siciliano

Erano tanti, e spettinati, lunghi

Poteva avere, pensai, ventisei anni

Avrei poi scoperto di aver sbagliato di poco

Erano ventisette

 

Sarebbe stata bene in teatro

A fare, non so, Ifigenia

Aveva il naso aquilino

Le guance un po’ scavate

Gli zigomi troppo alti

Era molto magra

Ma portava un cappotto che le stava molto largo

Dalle maniche spuntava solo la punta delle dita

 

Con donne così mi capita

Di sviluppare conoscenze feconde

E significative

Seppur problematiche.

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