Cardinale State of Mind

Il gesto artistico si può pianificare per intero? Io non ho risposte definitive, ma non credo. Molte delle cose migliori che ho prodotto avevano bisogno dell’opportunità, hanno approfittato della circostanza. Poi di sicuro c’era una tecnica sedimentata, dietro. Ma non credo che basti. Serve anche che qualcosa accada, che il mondo introduca un elemento non previsto, una deviazione, una persona, una luce, uno spazio che non avevi immaginato. Il lavoro dell’artista, a quel punto, contraddice la tesi che l’arte sia un percorso conoscitivo. Consiste, semmai, nel riconoscere: capire che quella circostanza contiene una possibilità e avere gli strumenti per non lasciarsela sfuggire. La pianificazione prepara il terreno; l’opera nasce spesso nell’istante in cui il terreno smette di comportarsi come avevi previsto. Lì, proprio lì e non altrove, la tecnica diventa linguaggio: essa pianta il seme; e l’artista sa che il suo dovere è piantarlo, come nella poesia The condition di Nadra Mabrouk. Ma il seme è l’imprevisto, che io pure non amo - anzi, diciamo tranquillamente che lo detesto. In me, cercare di estrarre dalla realtà oggetti che abbiano un valore estetico è un incarico non privo di componenti atroci e squallide. Prendete la sera del 7 agosto. Ero a Cardinale, in Calabria, in occasione di ‘nTramenti ArtFestival. Avevo appena assistito alla presentazione di una mia installazione permanente, la fotografia Venerato patrono dei vicoli assolati, in Via Giuseppe Verdi. So di altri che sarebbero stati contenti. Io mi sentivo pervaso da una tristezza abissale, senza rimedi; le ragioni non sono poi importanti. In quel momento la storica dell’arte Maria De Giorgio, munita di microfono a amplificatore portatile, stava arringando una piccola folla di curiosi. Presentava un’altra delle installazioni create per la rassegna, un collage dell’artista visuale Barbara Ranieri. L’opera era fissata a un muro. Avrei voluto avvicinarmi per vedere meglio, ma c’era troppa gente. Là dove il muro culminava in una svolta c’era una scala che saliva a forza di gradini ampi e sconnessi. Decisi di salirli, senza una ragione particolare. La cima non era distante. Mi ritrovai su una specie di terrazzamento con ringhiera di pietra che non sembrava avere alcuna funzione se non quella di guardare giù, verso il paese. Non c’erano altre vie d’uscita, non c’erano porte. Solo i gradini dai quali ero salito. Guardai in basso, e il paese fu ai miei piedi - stretto tra un muro imponente e un grande albero. Le luci giallastre dei lampioni illuminavano uno scenario di assenze. La piccola folla di curiosi dell’opera di Barbara Ranieri non si vedeva, era oltre l’angolo. Solo una figura umana solitaria, minuscola, si stagliava nella luce - quasi in corrispondenza del punto di fuga. La sovrastava una notte profonda in cui luci di un diverso colore, bianche e azzurre, foravano le tenebre come opportunità che non si sa come afferrare. Colto da una specie di raptus, cavai dallo zaino la Nikon D7200 e scattai, afferrato da una felicità immensa che non colmava la mia tristezza ma si affiancava ad essa. Scoprii in seguito che la fotografia aveva un difetto; dal fondo spuntava, a causa della mia disattenzione, un brandello appena di ringhiera di pietra. Decisi di tenerlo, dopo essermi confrontato col fotografo Alessandro Capurso, che di architetture ne capisce più di me. La sorte che per una volta ci ha favoriti va accolta anche con le sue asprezze.

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Va sempre a finire così nei teatri delle ombre

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Arianna Obinu, su Arabo è donna