Arriva la finale del Torneo dei Poeti ed io non so cosa mettermi
Se la avessero fatta a novembre, non so, avrei avuto le idee chiare. Un bel completo grigio tre pezzi, un paio di scarpe inglesi di cuoio, un cappotto a tre quarti appoggiato sulle spalle come un mantello d'altri tempi, un orologio di quelli che solo per il fatto di averli al polso stai in automatico sulle palle a tutta la giuria, un Borsalino come si deve.
Invece arriva il giorno della finale, 23 maggio, e a Pulsano farà caldo, e io odio il caldo. Col caldo c'è questa cosa di vestirsi leggeri che io non l'ho mai capita, questa pretesa contemporanea di sembrare tutti usciti da una pubblicità di acqua minerale di quelle che ti depurano dentro, quando la poesia - per come la vedo io - consiste nel coltivarli, i propri mali, non nel disfarsene. Essere semplici, Dio mio, che orrore. Stare bene con se stessi, l'apoteosi dello schifo. Io, uno che mi dice che sta bene con se stesso, mi viene voglia di scaricarlo con una canadese e una riserva di provviste alle Kerguelen, per poi ripassare a prenderlo eventualmente cinque anni dopo. E, sottolineo, eventualmente.
La poesia, secondo certa gente, dovresti leggerla in lino beige e sneakers bianche, e io allora mi immagino Leopardi vestito così - a morire di aperitivi al Gambrinus o da Scotto Jonno anziché di disperazione superna. Io col caldo mi sento scomposto, discutibile: e infatti mi discuto io in primis, in anticipo, prima che si azzardi a farlo qualcun altro. Apro l’armadio e vedo solo possibilità sbagliate. Anzi, vedo sbagli che non oso neanche considerare possibilità.