Apocalisse secondo Simonson-Kavanagh: il villain che non odia nessuno

Per molti appassionati della saga Marvel degli X-Men, Apocalisse è semplicemente uno dei più grandi supercriminali di ogni tempo. Antichissimo, strapotente, quasi invincibile, circondato dai suoi Cavalieri e reso iconico da un piglio biblico - negli outfit, ma anche nel modo di fare, di parlare - che richiama al tempo stesso il principio e la fine del mondo. D’altronde, ci tiene che i suoi sudditi sappiano chi è e da dove viene: come vediamo nello spettacolare inizio di X-Men: Apocalypse, essi portandolo in processione cantilenano “En Sabah Nur”. Apocalisse esiste in pratica dal principio della civiltà, e questo basta a renderlo terrificante. Eppure il personaggio costruito da Louise Simonson, e sviluppato nella sua forma più complessa da Terry Kavanagh, è molto più inquietante di quanto la sua forza e il suo stile lascino immaginare. Non perché sia il più potente villain ideato dalla Marvel, beninteso. C’è Galactus, c’è Legion, c’è Thanos: supercattivi che operano a un livello di potere cosmico, maneggiando cose immense e poteri smisurati. Solo che Apocalisse, tra tutti, è probabilmente il più coerente.

La maggior parte dei grandi antagonisti dei fumetti desidera qualcosa che possiamo comprendere. Il potere. La vendetta. Il riconoscimento. Il dominio. Magari hanno idee un po’ strane su come ottenere queste cose, o sul perché ne valga la pena, o su cosa farsene: la loro esperienza è sempre alterata da uno sviluppo che li rende distanti dall’umanità, quando va bene, e ostili quando va male. Ma i loro scopi sono decifrabili senza troppe ambasce. Perfino Magneto, nella sua radicalità, combatte per una causa che nasce da un'esperienza umana: impedire che il popolo mutante subisca ciò che lui ha conosciuto ad Auschwitz.

Apocalisse no. La sua filosofia è molto più estrema.

Il darwinismo come religione

La celebre formula survival of the fittest viene spesso banalizzata come “vince il più forte”. Viene spacciata come una roba pragmatica, terra-terra. Materiale crudo per persone che non hanno orizzonti spirituali. Apocalisse la vede diversamente, lui ne costruisce invece una versione che si può definire religiosa. Per lui la selezione, la sopravvivenza del più adatto, non è soltanto inevitabile: è moralmente giusta.

Proteggere i deboli significa alterare il corso naturale dell'evoluzione. La compassione diventa un errore. La solidarietà, un ostacolo. Le guerre, le epidemie, le catastrofi non sono tragedie: sono strumenti attraverso cui la vita elimina ciò che non merita di continuare. Star lì a pensare alle vite perdute, alle sofferenze pagate, vuol dire semplicemente che si appartiene a uno stadio evolutivo arretrato, subalterno: che si è una zavorra per l’evoluzione. Apocalisse la vede così, ed è questo a renderlo spaventoso. Non desidera conquistare il mondo per governarlo: è sua intenzione, semmai, sottoporlo a una prova continua. Una sorta di test permanente in cui si vede chi è degno di sopravvivere e chi no.

Una filosofia nata dal dolore

La cosa più interessante, però, è che questa visione del mondo ha una genesi di sofferenza. En Sabah Nur, destinato a diventare Apocalisse, è un bambino rifiutato, perseguitato, considerato un mostro fin dalla nascita. Cresce sperimentando l'umiliazione e l'impotenza, facendosi un’idea tragica e desolante sia degli umani che dei mutanti. La sua tragedia consiste nella lezione che ricava da quella sofferenza.

Non è il solo, intendiamoci, ad aver visto quelle cose. Altri mutanti sono stati sottoposti a sofferenze simili alle sue. Charles Xavier vede il dolore e conclude che nessuno dovrebbe essere perseguitato. Magneto vede il dolore e conclude che il proprio popolo deve diventare abbastanza forte da non essere mai più vittima.

Apocalisse vede il dolore e conclude qualcosa di ancora diverso: se sei stato vittima, significa semplicemente che eri troppo debole.

Il trauma, in lui, non genera empatia. Genera semmai una dottrina: il bambino abbandonato, tradito e rifiutato decide che la vulnerabilità non è una condizione umana da proteggere. Si tratta, semmai, di un difetto da estirpare.

Il confronto con Magneto

Per questo il rapporto tra Magneto e Apocalisse è tanto affascinante quanto controverso. A una lettura superficiale, sembrano alleati naturali. Entrambi rifiutano l'idealismo di Xavier; credono che la forza sia necessaria. Entrambi vedono il conflitto con l’umanità come inevitabile. Si può pensare che siano fatti di una pasta molto simile.

In realtà le loro filosofie sono quasi incompatibili. Magneto è un suprematista mutante; Apocalisse non è suprematista di nessuno, se non dell’evoluzione tout court. Magneto combatte per il suo popolo; Apocalisse non conosce alcun popolo e non appartiene a nulla. Certo, ha i suoi Cavalieri: ma si tratta di pretoriani che ha scelto perché sono abili, perché sa di aver bisogno di alleati, e perché - come molti soggetti rifiutati da piccoli - ama esercitare platealmente il proprio carisma.

Per Magneto, essere mutante costituisce già un'appartenenza da difendere. Per Apocalisse, essere mutante non basta affatto. Perché è vero che i mutanti rappresentano la punta di lancia del processo evolutivo, ma anche loro debbono dimostrarlo di continuo. Un mutante debole, esitante o incapace di affermarsi merita di scomparire esattamente come un essere umano. È questa, tra loro, la differenza decisiva: Magneto vuole evitare nuove vittime tra i mutanti; Apocalisse considera le vittime la dimostrazione che la selezione naturale sta funzionando.

L'assenza dell'odio

C'è un ultimo elemento che rende Apocalisse diverso dalla maggior parte dei villain: e cioè che Apocalisse, di regola, non odia. Tuttalpiù disprezza, ma all’odio non ci arriva. Non è neanche arrabbiato. Non si vendica. Quando trasforma Warren Worthington in Arcangelo, non crede di infliggergli un castigo. Nella propria logica gli sta offrendo un'evoluzione superiore. Quando scatena guerre o catastrofi, non pensa di commettere un crimine: reputa di accelerare un processo inevitabile.

Ed è proprio questa freddezza a renderlo così inquietante. Un nemico che ti odia, riconosce ancora la tua umanità: Apocalisse, invece, ti osserva col piglio dell’entomologo. Il suo giudizio è una valutazione prestazionale. E se non superi la prova, non prova soddisfazione né rimorso: tuttalpiù dice a se stesso che la natura ha pronunciato il suo verdetto.

Forse è proprio questa la più grande intuizione alla base della creazione di Apocalisse: trasformare il male non in una passione, ma in una legge. E le leggi, a differenza degli uomini, non possono essere convinte a cambiare idea.

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