Un dollaro d’onore, di Howard Hawks
Fa uno strano effetto pensare che uno dei più brutti film della storia del cinema - film che peraltro floppò al botteghino in maniera clamorosa, non recuperando nemmeno le spese - fu girato da uno dei più formidabili artisti della cinepresa che la storia abbia conosciuto, Howard Hawks. Il quale per non farsi mancare nulla riuscì, non si é mai capito bene come, a chiamare uno dei migliori scrittori americani - il suo amico William Faulkner - per farsi scrivere una sceneggiatura vistosamente orrenda. Leggere oggi i dialoghi de La regina delle piramidi trasmette un senso di inadeguatezza così doloroso, pensando al talento e alla reputazione di Faulkner, che si fatica ad andare avanti mentre ci si domanda come possa aver concepito un testo simile. Come se non bastasse, Hawks riuscì a girarlo male e la protagonista Joan Collins a recitarlo peggio.
Con il successivo film, però, il regista si riscattò appieno. La sequenza iniziale del saloon di Un dollaro d'onore é ancora oggi materia obbligata di studio nelle accademie di regia di mezzo mondo. In tre minuti Hawks riesce a metter giù ambientazione, personaggi, gancio drammaturgico e mood del film in un pezzo di virtuosismo cinematografico che tuttora conosce pochi eguali. E ci riesce senza una battuta di dialogo.
La scena è semplicissima: un ubriacone (Dude, cioè Dean Martin) entra in un saloon disperato, cerca un bicchiere gratis, viene umiliato da un pistolero ricco e crudele, raccoglie una moneta sputata in una sputacchiera, e da lì parte tutto il film. Ma dentro quella semplicità ci sono almeno sei livelli.
Uno: Howard Hawks racconta un intero personaggio senza spiegare nulla; prende un uomo distrutto e rende lo spettatore partecipe del suo destino. Dude non viene introdotto come “ex vice-sceriffo alcolizzato”. Lo si coglie dal modo in cui si muove, da come gli altri lo guardano, dalla vergogna che prova. Quando si china verso la sputacchiera per prendere la moneta, il film sta dicendo che quell’uomo è caduto terribilmente in basso, che dentro di lui esiste ancora un residuo di dignità, e che il film parlerà precisamente di quella dignità.
Due: il pistolero Joe Burdette non è solo un “cattivo”. È quel tipo di bullo arrogante che umilia gli altri per divertirsi. E lo sceriffo Chance (John Wayne) non interviene subito perché Hawks vuol costruire tensione, prima che l’azione esploda. Quando Chance finalmente agisce, il gesto pesa molto di più.
Tre: il montaggio costruisce la tensione senza che succeda chissà cosa. Di fatto, non è una scena eclatante dal punto di vista di ciò che accade. Un uomo entra, guarda una moneta, che però è collocata in un conesto ripugnante (la sputacchiera). Viene deriso. Poi qualcuno interviene. Tutto qui: eppure la tensione è enorme. Perché Hawks costruisce lo spazio perfettamente: posizione dei personaggi, sguardi, tempi, suoni. Tutto fa sentire che la violenza potrebbe esplodere da un momento all’altro.
Quattro: quella scena definisce il tono del film. Non è un western epico alla Sergio Leone, né un western mitologico alla John Ford. È un western che parla di uomini provati e stanchi, e di come si riscattano attraverso l’amicizia e la reciproca lealtà. Ed è una cosa molto rara: un western ironico, dolente, con personaggi vulnerabili e feriti. Non parla degli spazi immensi della frontiera, ma di come una piccola comunità reagisce al sopruso e alla violenza dei potenti. L’inizio di Un dollaro d’onore trasmette questa cosa, immediatamente.
Cinque: molti registi ci tengono, a mettersi in mostra. Hawks si nasconde. La macchina da presa non “si sente”, sulla scena. Ma ogni inquadratura è esattamente dove deve stare: quella forma di classicismo hollywoodiano che sembra semplice solo perché è perfetta.
Sei: dentro Un dollaro d’onore c’è tutta l’idea di Hawks di cosa significhi “essere un uomo”. La sua concezione della mascolinità, già vista in tanti altri film e qui raccontata al suo apice. Gli uomini di Hawks soffrono in silenzio, si giudicano dai comportamenti, evitano il melodramma, aiutano gli amici senza umiliarli. Chance non salva Dude con un pistolotto motivazionale: gli rimane vicino quando è stato abbandonato da tutti, e tanto basta. Ed è proprio questo che rende l’inizio così potente ancora oggi: non sentimentalizza mai il dolore, non lo spiattella. Semmai gli dà forma attraverso azioni concrete. Per questo, la scena iniziale di Un dollaro d’onore viene continuamente studiata nelle scuole di cinema: perché dimostra che è possibile costruire personaggi, tensione, etica, tono e mondo narrativo pressoché senza parole.