Operazione Shylock, di Philip Roth
Operazione Shylock è un libro importante, per diverse ragioni. La prima, e la più ovvia, è che osa impostare la sua trama su una domanda, e - dopo 455 pagine, nell’attuale edizione Adelphi con prefazione di Emmanuel Carrère e traduzione di Ottavio Fatica - rifiutarsi di rispondere a quella stessa domanda. Finisci il romanzo, e l’arco narrativo non ti ha dato risposte, se non parziali e insoddisfacenti. D’altronde, la domanda appartiene alla categoria di quelle toste, alle quali dar risposta è arduo: cos’è l’Identità? E poi, esiste una cosa chiamata Identità?
Operazione Shylock è - almeno all’inizio - la storia di un celebre scrittore ebreo, di nome Philip Roth, che vive negli Stati Uniti e che un bel giorno si trova ad affrontare una circostanza ben strana: un altro Philip Roth, in tutto e per tutto simile a lui, compare a Gerusalemme. Costui si spaccia per lo scrittore Philip Roth e si serve della popolarità, nonché della credibilità, del famoso scrittore per proclamare una bizzarra tesi politica, da cui – vien detto – potrebbe dipendere il destino della civiltà e della cultura ebraiche (non vi dico in cosa consiste la tesi, perché è così folle e insieme intrigante che mi parrebbe un delitto quello di non lasciarvelo scoprire da voi).
Ovvia deduzione del Philip Roth autentico: il “sosia” è un impostore che parla usando il suo nome, perciò deve recarsi a Gerusalemme e smascherarlo. Sembra facile: ma poi, quando il “vero” Philip Roth incontra il Philip Roth “fasullo”, le cose si complicano e il Philip Roth “vero” si domanda: “Chi è mai, costui? Perché sfrutta il mio nome, la mia fama di scrittore, per uno scopo politico? E soprattutto, non rappresenta costui forse un’alternativa a me stesso?”. Vale a dire: il Roth “falso”, d’accordo, è un impostore; ma se il Roth “vero” avesse voluto, avrebbe potuto forse intraprendere la strada di quello “falso”, per propagandare quella certa tesi politica, forse perfino dedicare l’esistenza alla sua diffusione. E, si domanda il Roth “vero”, se fosse il sosia ad aver ragione? Se il futuro della cultura e della civiltà ebraiche potessero essere salvati solo nella maniera proposta dal falso Philip Roth? Quale dei due Philip Roth sarebbe più “vero”? Quello che si gode gli agi e le soddisfazioni di un’esistenza da scrittore di successo, o quello che rischia tutto – anche se è un “tutto” che non gli appartiene - per cercare di salvare gli ebrei, e l’ebraismo, e tutto ciò che esso rappresenta? Perciò: è vero ciò che è vero, o è più vero ciò che si mette in gioco per una causa nobile?
Ce ne sarebbe abbastanza, anche così, per leggere il romanzo. Ma c’è di più. Il Philip Roth “vero”, preso da questo dilemma, esplora – come in una sua privata discesa all’inferno – i volti, non sempre gradevoli, di ciò che significa “essere ebreo”. Perché, ancor prima di stabilire se la tesi del falso Philip Roth può salvare gli ebrei, bisogna capire chi sono gli ebrei, in che modo e misura l’identità ebraica è determinata dalle azioni di chi è ebreo, o è invece determinata a monte da un qualche fattore dato una volta e per tutte; se essa sia un’appartenenza che si eredita o una postura che si assume; un destino o una scelta reiterata, giorno per giorno, dentro le circostanze. Ed è qui che il romanzo si fa sempre più inquieto, e rende inquieto il lettore, man mano che questi va avanti a leggere: perché ogni risposta che Roth sembra sfiorare si rovescia subito nel suo contrario, e ogni definizione si incrina sotto il peso delle sue implicazioni politiche, morali, storiche. Essere ebreo, allora, non è più un dato, ma un campo di tensioni. Una negoziazione continua tra memoria e presente, tra colpa e sopravvivenza, tra verità e necessità.
Così va avanti il “vero” Philip Roth - ma capite bene che “vero”, a questo punto, è diventato un concetto un po’ labile - dialogando coi personaggi che man mano incontra sulla sua strada e venendone interrogato a sua volta. E tali personaggi sono, a loro volta, specchi della propria formazione e del proprio vissuto. C’è l’israeliano pacifista e antisionista, e c’è il sionista convinto e oltranzista. C’è l’arabo affascinato dalla cultura ebraica cresciuto negli Stati Uniti; e c’è una donna – un tempo antisemita – la quale, innamoratasi del “falso” Philip Roth, ha fatto sua la causa di costui. Ciascuno di loro, più che offrire una risposta, stringe il nodo: lo tira, lo deforma, costringe il protagonista – e con lui il lettore – a misurarsi con una pluralità di tesi del tutto in parte incompatibili tra loro; e tuttavia tutte, in qualche modo, plausibili. Il romanzo diventa così uno strumento atto a produrre destabilizzazione: ogni posizione, appena formulata, viene subito sottoposta a un controinterrogatorio implicito, come se Roth mettesse in scena un processo senza giudice e senza sentenza, dove l’unica cosa certa è l’impossibilità di arrivare a un verdetto definitivo.
E in questo congegno, che è insieme narrativo e filosofico, si insinua un ulteriore livello di ambiguità: quello tra realtà e finzione, tra opinione e dato di fatto, memoria e convinzione. Perché qui il nome “Philip Roth” non è solo un nome proprio, ma un ambito di possibilità: un’identità che può essere abitata, citata, ascoltata, accusata, usurpata, reinventata, piegata, distorta. Ma chi ci dice, trattandosi di una identità pubblica e quindi anche influenzata dal modo in cui viene usata pubblicamente, e dalle reazioni a ciò che si pensa essa abbia fatto pubblicamente, quali sono le distorsioni? Chi parla, allora, quando parla “Roth”? E chi garantisce che la voce che ascoltiamo sia davvero la sua, e non già quella del suo doppio, o di un altro ancora? Il romanzo, a questo punto, smette di interrogare soltanto l’identità ebraica, e comincia a interrogare l’identità tout court: quella dello scrittore, del narratore, del soggetto che dice “io”. Ed è un terzo grado che non offre scampo.