Norwegian Wood, di Haruki Murakami

Leggo Norwegian Wood di Haruki Murakami. E più lo leggo, più mi convinco che quello che sembra — o puzza di — romanzo di formazione abbia, sotto, il retrogusto di un poema epico.

La trama è apparentemente banale: Toru, diviso tra Naoko e Midori, tra restare fedele a ciò che è stato o accettare le proprie potenzialità, attraversa l’età in cui crescere sembra coincidere con scegliere. Ma leggendo si ha la sensazione che il suo vero impulso sia un altro: sospendere il momento della scelta, rimandarlo, tenerlo a distanza. Egli intuisce che, ogni volta che decidiamo, perdiamo qualcosa - in via definitiva: deve ancora capire che solo scegliendo otteniamo quelle cose che arrivano con la perseveranza e la dedizione a qualcosa, o qualcuno, di specifico. Così Toru abita l’intervallo, per così dire, tra una vita che ha il sapore del passato che conosce e al tempo stesso vede baluginare all’orizzonte i lampi del futuro che può essere. Ed è un bel posto in cui stare, ma capisce che non può starci per sempre.

Il romanzo, allora, non è il racconto di qualcosa che accade, o meglio: lo è, ma non è quello il punto. Diventa la storia di qualcuno che, a distanza di tempo, torna sul proprio passato per capirci qualcosa, per capire se scavando trova le risorse per fare una scelta. Un lavoro di scavo: si inciampa, ci si ferma, si tenta di aggirare un ostacolo, a volte si rinuncia. Ci sono porzioni di memoria ch’egli indaga fino a un certo punto: eppoi si ferma. Stop. Il che mi fa venire in mente un altro libro di Haruki Murakami, dove c'è (cito a memoria) la scena del protagonista che una notte non torna a casa dalla moglie, ma cede alla supplica di una collega di star tutta la notte abbracciato con lei per “scambiare energia positiva” perché lei, la collega, dice che ne ha bisogno. Poi, quando il tizio torna dalla moglie, non riesce a spiegare fino in fondo, e con chiarezza, quell'assurdo episodio, e allora la moglie stessa ci mette un punto e dice qualcosa come: “Vabbè, non voglio indagare oltre, però me la lego al dito, sappilo”. Ecco, in Norwegian Wood ci sono momenti in cui Toru non riesce a spiegare bene a se stesso quel che ha deciso, ha visto, ha fatto: e allora si ferma lì. Magari adotta una via diversa, per spiegarsi quella parte del suo passato. Magari ci torna in un altro momento. Oppure non ci torna proprio.

I personaggi della giovinezza di Toru sono tutti un po’ matti, spostati. O almeno, così ci sembrano all’inizio. Si perdono in dialoghi strambi. Ora, i dialoghi strambi solitamente nei libri di Haruki Murakami non mancano: se ne avete letto qualcuno, lo sapete. Però qui dopo un po’, se si fa attenzione, salta fuori una cosa: i personaggi stanno provando i loro linguaggi. Come chi sta imparando a cantare, e canticchia tutto, sempre, in continuazione, per provare la propria abilità nel cantare tutto, sempre, in continuazione, così i personaggi di Norwegian Wood parlano, dialogano, in continuazione, per provare il proprio linguaggio, per inventarsi un modo di comunicare con gli altri, e per conoscere, apprendere, il linguaggio altrui. Cito una scena esemplare (ma ce n’è a iosa):

“Ehi..Ehi..mi senti? Dì qualcosa“ disse Midori, la testa ancora sepolta nel mio petto.

”Che cosa?”.

”Quello che vuoi, purchè sia qualcosa che mi faccia sentire meglio”.

”Sei molto carina”.

”Midori”, suggerì lei, “mettici anche il nome”.

”Sei molto carina, Midori”, corressi.

”Molto quanto?”.

”Tanto da far crollare le montagne e prosciugare i mari”.

Lei sollevò la testa e mi guardò.

”Sai che le espressioni che usi tu sono assolutamente uniche?”, disse.

”Solo tu mi capisci davvero”, dissi ridendo.

“Dimmi qualcosa di ancora più carino”.

“Mi piaci tanto, Midori”.

“Tanto quanto?”.

“Tanto quanto un orso in primavera”.

“Un orso in primavera?”, chiese lei sollevando di nuovo la testa, "come sarebbe un orso in primavera?”.

“Un orso in primavera.. allora, tu stai passeggiando da sola per i campi quando ad un tratto vedi arrivare nella tua direzione un orso adorabile dalla pelliccia vellutata e dagli occhi simpatici, che ti fa: 'senta signorina, non le andrebbe di rotolarsi un po' con me sull'erba?'. Tu e l'orsetto vi abbracciate e giocate a rotolare giù lungo il pendio tutto ricoperto di trifogli per ore e ore. Carino, no?”.

“Carinissimo”.

“Ecco, tu mi piaci tanto così”.

Non so a voi: ma a me questo dialogo mette una malinconia pazzesca. Perché ci dice una cosa, precisa: che fino a un certo punto, fino a un certo momento, abbiamo provato gioia nello scoprire, nel viaggiare attraverso il linguaggio degli altri: o, più precisamente, delle persone che ci piacevano e che abbiamo amato. Poi, a un certo punto, abbiamo stabilito che un dato linguaggio, che magari rappresentava una mediazione tra il nostro e quelli delle persone che ci piacevano e che amavamo, era quello definitivo. E lo abbiamo cristallizzato. Amen. Abbiam cessato di imparare le lingue degli altri e di ridefinire la nostra lingua sulla base di quelle. E qui mi viene in mente che, forse, imparare il linguaggio degli altri è possibile finché siam disposti a mettere in gioco il nostro. E che forse, per crescere, c’è bisogno di cristallizzare il nostro linguaggio perché ci serve un punto d'appoggio forte, uno strumento non più duttile, ma robusto. La giovinezza è il momento in cui, provvisti di un linguaggio flessibile, lo proviamo e lo modelliamo: poi scegliamo il nostro linguaggio, scartiamo ogni altra possibilità, e diventiamo adulti. Una cosa necessaria, epperò - vista così - malinconica.

E mentre Toru ripercorre il suo passato, con la memoria, è come se ripercorresse anche i passaggi che l’han portato a costruire il suo privato linguaggio, e a non metterlo più in discussione, a non negoziarlo più. Diventa un eroe epico: quello che scende negli inferi per interrogare i morti su questo e quello: come Dante, come Ulisse. L’atto di scendere negli inferi, si sa, nella storia della letteratura comincia con Gilgamesh: che scende “nelle viscere della montagna” per ottenere informazioni “sulla vita e sulla morte”: il suo amico Enkidu è morto, e dice Gilgamesh al guardiano della montagna: “Da quando se ne è andato, la mia vita non è più nulla. Per questo sono giunto qui alla ricerca di Utanapištim: gli uomini dicono infatti che egli abbia trovato la vita eterna. Desidero interrogarlo sulla vita e sulla morte”.

In Norwegian Wood invece, l’eroe epico Toru si accorge, all’inizio del libro, che “la sua vita non è più nulla”, e scende nelle viscere del passato per interrogare, proprio il suo passato, “sulla vita e sulla morte”. Naturalmente, poiché Norwegian Wood è un libro d’oggidì, ed è animato dalle paturnie esistenziali d’oggidì, se Gilgamesh cercava il segreto della vita eterna per ridar la vita al suo amico Enkidu, Toru cerca un segreto diverso e più sottile: a cui non sa dare neanche un nome, ma che leggendo Norwegian wood capiamo essere, nientemeno, la storia della propria identità: e, poiché in Norwegian wood l’identità ha a che vedere con il linguaggio, un po’ come in Lessico famigliare della Ginzburg, Toru vuol scoprire la storia del proprio linguaggio. Non lo sa neanche lui, che vuol scoprire questa cosa: è tipico degli eroi postmoderni, vagare un po’ così, senza sapere quel che vogliono.

E comunque, se l’eroe epico Toru riesca o fallisca nella sua impresa, io non ve lo dico. Leggete il libro, che è meglio.

Indietro
Indietro

Racconti della metropolitana, VII

Avanti
Avanti

Law of the First Seat