L'ultima missione: Project Hail Mary, di Phil Lord e Christopher Miller
C’è qualcosa di terribilmente irritante in un film come L'ultima missione: Project Hail Mary. Perché ti porta così vicino al capolavoro da farti sentire fisicamente ciò che manca. Davvero, la distanza è proprio poca. Purtroppo, esiste.
C'è quasi tutto. Anzi, c'è tutto quello che di solito chiediamo alla fantascienza contemporanea nel momento in cui vuol essere insieme avventura, scienza e racconto di come reagisce l'umanità quando deve dialogare con le forme estreme e drammatiche di queste due cose. L'azione, quando c'è, è ben congegnata: si riassume perlopiù in una sequenza molto pericolosa di passaggio nell'atmosfera di un mondo alieno, ma gira alla grande. La scienza - marchio di fabbrica di Andy Weir, che ha scritto sia la sceneggiatura che il romanzo da cui è tratta - è presente, credibile quanto basta per far sospendere l’incredulità allo spettatore senza pipponi divulgativi. L’idea degli astrofagi è semplice e potentissima, quasi un archetipo narrativo.
E poi c’è il rapporto tra Grace e Rocky. Due intelligenze, due biologie, due modi di percepire il mondo che trovano un punto comune perché se non lo trovano non ci sarà più un mondo di cui valga la pena parlare. I due lavorano assieme, rischiano assieme, si spaventano assieme.
Funziona anche la struttura: il doppio binario temporale, il “prima” sulla Terra e il “durante” nello spazio, tiene il ritmo e costruisce senso. E soprattutto funziona l’arco di trasformazione del protagonista: da uomo che scappa a uomo che si assume responsabilità enormi. Da qualcuno che spera di non essere chiamato - e che, quando è chiamato, tenta di non esserlo - a qualcuno che va incontro al proprio fato. Un arco che più classico non si può.
Manca una cosa sola. Una soltanto - ma è la cosa che distanzia un bel film da un gioiello della cinematografia. Manca la tragedia: quella che ti obbliga a guardare l’umanità nel suo insieme e a trarne una conclusione non consolatoria. Perché la storia si ferma un attimo prima del punto davvero interessante: la Terra viene salvata, d'accordo. Gli astrofagi vengono neutralizzati. L’umanità, pur mutilata da miliardi di morti, sopravvive. Bene. Ma poi?
Poi nulla. O meglio: poi possiamo immaginare qualsiasi cosa. E invece era lì che serviva la mazzata finale. E bastava poco, eh: bastava mostrare - anche solo in controluce - che quell’unità straordinaria tra le nazioni, costruita sotto la minaccia dell’estinzione, era solo una parentesi. Che una volta passato il pericolo, le nazioni terrestri tornano a fare ciò che hanno sempre fatto: competere, accumulare, sospettare, detestarsi, disprezzarsi, rovinare la biosfera, combattersi a vicenda. Guerra, sangue, morte, conflitto per le risorse. La vera tragedia: e cioè il racconto che neanche la prossimità dell’estinzione cambia davvero la natura dei rapporti umani.
Sarebbe stato un finale durissimo? Ovvio. Ma che meraviglia, da un punto di vista narrativo! Perché avrebbe ribaltato il senso dell’impresa. Non più “abbiamo salvato l’umanità”, che è un po’ una fesseria: succede pure in una vaccata come Independence Day. Bensì: “abbiamo salvato la specie, e perso comunque qualcosa che non siamo capaci di mantenere”. Ed è lì che, per dirla coi Nerd Bori, “c'è tutto er dramma”.