La ragazza dagli occhi d’argento, di Dashiell Hammett
La miglior scena d'azione nella quale mi sia mai capitato di imbattermi in letteratura è in Dashiell Hammett, e precisamente ne La ragazza dagli occhi d'argento. La scena risulta in sé alquanto lunga: va avanti per più di trenta pagine, quattro capitoli, che in un libretto di 112 pagine non sono poche (la mia edizione è quella pubblicata da Sellerio con la traduzione di Simona Modica). Si tratta di un un testo lodevole per almeno un paio di ottime ragioni: la perfetta polarizzazione, e l’impeccabile scansione di tempi e movimenti. Vado a spiegarmi.
Anzitutto, la polarizzazione. La ragazza dagli occhi d'argento è un romanzo breve - o racconto lungo, fate voi, la differenza non l’ho mai capita - che supera di poco le 100 pagine, suddiviso in nove capitoli. Di questi, ben quattro sono occupati da un'unica scena, che è quella di cui parlavo: un uomo si trova per caso nel posto sbagliato, in mezzo a gente disinvolta nei mezzi quanto scarsa di scrupoli, e cerca di salvarsi la pelle. L'uomo, proiettato in un turbine di eventi ostili - pistole puntate addosso, violenza fisica e verbale, e quant'altro si può dedurre facilmente - non è certo contento di essere lì, in mezzo a circostanze così disgraziate, e reagisce alla situazione come meglio può: fa resistenza, per poi contrattaccare. Per questo motivo, proviamo immediata simpatia nei suoi confronti: è solo, attorno a lui si muovono ben cinque (!) malviventi più o meno desiderosi - ma comunque capacissimi - di farlo fuori, ed egli si dimostra da subito capace di controbattere. Se mi passate una espressione un po’ retorica, l’uomo affronta il male: ed è dunque, da subito, il nostro eroe. Nei successivi cinque capitoli, che ricoprono un lasso di tempo di diversi giorni, ritroviamo il medesimo protagonista impegnato a svolgere la sua professione, quella di detective per una grande agenzia investigativa. Finisce per imbattersi, casualmente, in uno dei personaggi già visti nella prima metà del romanzo, e cerca di sventarne i piani criminosi.
Ora, il nostro eroe - tale è diventato dopo quella scena in cui, mettendolo in pericolo dinanzi ai nostri occhi, l'autore ce l'ha reso simpatico - non si comporta certo da mammoletta, nel compiere le sue indagini: anzi, agisce nel modo più consono ad un detective del genere hard-boiled. Si spinge perfino a minacciare, in termini perentori (“Se non vai ad Half-Moon Bay stanotte stessa, avrai finito davvero”) un losco figuro affinché faccia la spia per suo conto. Eppure, il lettore non può fare a meno di continuare a tenere per lui: dacché l'ha visto, nella prima metà del libro, in mezzo a guai di ogni genere, e s'è dunque fatto partecipe del suo destino. Ed è per questo che possiamo dire che le due metà della storia sono polarizzate: nella prima, il detective subisce inizialmente uno scacco, reagendo successivamente, ma sempre sotto la pressione inesorabile degli eventi scatenati dai cinque criminali che gli si muovono attorno. Nella seconda metà, egli è il motore delle vicende e delle situazioni, che vengono scatenate dalle sue indagini: in pratica, le cose succedono perché è lui che lo vuole.
Ho citato un secondo aspetto, anch'esso di grande importanza nell'architettura perfetta di questa storia investigativa: ovvero la scansione dei tempi e dei movimenti. Che, in ogni caso, risente anch'essa della polarizzazione di cui sopra.
Abbiamo detto che la scena d'azione iniziale occupa ben quattro capitoli, per una trentina pagine: ebbene, vale la pena di fare attenzione al modo in cui questa scena è narrata. Dalla prima frase (“Mi avevano detto che l'uomo che cercavo viveva in un certo isolato di Turk Street, ma il mio informatore non aveva potuto darmi il numero civico”) all'ultima (“Mi avevano che avrei potuto trovare quel Fischer in questa parte di Turk Street...”), Hammett ci racconta gli eventi in tempo reale, o quasi. Tutto ciò che passa sotto gli occhi, o accade al protagonista, viene precisamente descritto: le battute di dialogo, i movimenti dei personaggi (“... mi si avvicinò per accertarsi che le braccia e il corpo fossero legati bene”), le minacce, i rumori ambientali (“... il soffitto, da cui giungeva ancora un rumore di passi leggeri, avanti e indietro”), le espressioni facciali (“gli occhi d'argento non derisero più, ma si fecero duri e calcolatori”), gli effetti sonori (“... le sue parole sbiadirono nel silenzio”). La sensazione che abbiamo è quella di un fortissimo realismo, al punto che non ci viene mai in mente che nessuno ricorda mai gli eventi, specie eventi concitati come quelli di una scena d'azione, con una simile esattezza. Di fatto, noi abbiamo la sensazione di essere lì, insieme al detective che è l'io narrante della storia, proprio grazie a queste descrizioni precisissime di ogni singolo gesto, di ogni dettaglio. Insomma: un espediente volutamente irrealistico, la perfetta memoria del narratore che funge anche da protagonista, ci consente d'immergerci nella storia avendo una sensazione di realismo assoluto. Mica male come acrobazia.
L'altra cosa straordinaria di questa scena è la precisione con cui Hammett descrive i movimenti di ben cinque personaggi esterni - più quelli dell'io narrante, dunque sei personaggi in tutto - e la perfetta organizzazione degli stessi nell'ambito del testo. Nella scena d'azione di una narrazione scritta, è necessario che i movimenti dei personaggi siano sempre perfettamente chiari al lettore: che deve, partendo dal modo in cui persone e oggetti sono disposti nell'ambiente, essere sempre al corrente di dove essi si trovano dopo ogni spostamento, di come si spostano, di quel che fanno. Non si può lasciar fermo nessun personaggio, perché se lo si fa, il lettore finisce invariabilmente per chiedersi: “E Tizio, cosa sta facendo?”. Se pensate, infine, che ogni personaggio deve reagire ai movimenti di tutti gli altri personaggi in scena, anche semplicemente restandosene lì impietrito - ma anche scrivere "Tizio se ne sta lì impietrito" occupa spazio, sulla pagina, e nella testa del lettore - allora diventa chiaro come scrivere una scena d'azione con numerosi soggetti in movimento sia sempre un'impresa: si corre sempre il rischio di produrre un guazzabuglio, di far smarrire al lettore le posizioni del tal personaggio, l'ultima azione da lui compiuta, insomma di non mettere il lettore in condizione di capire ciò che sta accadendo. Bene: descrivere ciò che accade in una scena d'azione, è qualcosa che Dashiell Hammett riesce a fare con una precisione quasi disumana, anche con sei personaggi in gioco in uno spazio ristretto come un appartamento, di età e sessi diversi: e quindi, va da sè, ciascuno con un suo modo differente di muoversi, parlare, etc. E questo, per più di trenta pagine, raccontate con un'esattezza da fare spavento.
Va da sé che una scrittura così precisa, basata su scansioni di tempo così minime, come quella della prima parte de La ragazza dagli occhi d'argento dia la sensazione di una certa qual lentezza: tutti quei movimenti così impeccabilmente descritti, la percezione dello spazio talmente esatta... ebbene, questa lentezza fa gioco ad Hammett - il quale se ne serve per darci la sensazione che, giunti alla seconda parte del romanzo, tutto acceleri repentinamente: dove prima egli ha lavorato di cesello, descrivendoci pressoché ogni cosa, qui pigia il pedale dell'acceleratore e narra ogni evento - salvo la convulsa scena finale - con pochi tratti, abbozzando situazioni e circostanze. Pennellate essenziali: “Telefonai a Pangburn per dirgli che suo cognato aveva autorizzato l'indagine. Telegrafai all'agente di Baltimora dandogli tutte le informazioni che avevo. Poi mi diressi in Ashbury Avenue....”. E ancora, riassumendo un dialogo con la gerente d'una pensione: “La sola cosa importante che riuscii a sapere fu che i bauli della ragazza li aveva ritirati un furgone verde...”.
Insomma: di nuovo la polarizzazione. Nella prima parte, descrizioni minute, lentezza, esattezza, azioni precise: nella seconda, eventi che si susseguono rapidamente, dialoghi asciugati fino all'osso, etc.. L'ennesima ragione, insomma, per restare affascinanti dinanzi alla “perfezione architettonica” de La ragazza dagli occhi d'argento.