La pioggia (ci sto dentro)
La prima goccia
Sul vetro
Mi coglie
Di sorpresa
Mi giro indietro
D’un passo arretro
Non so perché
Eppure, era attesa
Il cielo scuro
Parlava chiaro
Diceva, sicuro
“Guarda che piovo
Non sono avaro
Non è un fatto nuovo”
Ma la seconda
Tarda, chissà perché, ed io
Metto su il caffè
C’è tutto il tempo
E quando torno
Tazzina in mano
Vedo colare
Vedo picchiare
La seconda goccia
S’è fatta aspettare
Una gran dama
Alla sua entrée
Poi quando arriva
Si schianta e allarga
Come la bocca
Se c’è un boccone
Lì da ingoiare
Sulla forchetta
La terza e quarta
Arrivano in fretta
Presto è un codazzo
Presto è un andazzo
Pioggia di flash
Del paparazzo
In diagonale
Prendono il vetro
Come la Nappi
Lo prende dietro
Poi non son gocce
Sono sentenze
Sono insistenze
A tempo pieno
Un tamburello
Sul davanzale
Bonghi suonati
A Parco Sempione
Mi siedo e guardo
E lì m’attardo
Il mondo fradicio
Il mondo lucido
Che, bello è bello
E il cielo esposto
Vieppiù scomposto
Si svuota addosso
A chi è senza ombrello
Mi pare un coro
Tragico greco
Che mi rincorre
Senza pietà
Io sono Edipo
Che indaga Edipo
E sarà sfranto
Dalla verità
Ora la pioggia
Incalza il vetro
A ogni centimetro
Guadagna un metro
Mi mette a fuoco
Come si prende
Un vetro opaco
E lo si sgrassa
Finché ogni posa
Diventa cosa
Ritrovo il bandolo
Della matassa
Di colpo vedo
Queste mie scorie
Gli archi di trionfo
Di cartapesta
La cicatrice
Sbiadita, mesta
Sotto un completo
Di ottima lana
Vedo menzogne
Di ottimo taglio
Dissimulate
Sotto omissioni
E se ti azzardi
A farlo notare
Io ti sfanculo
Rompicoglioni
Vedo me stesso
Farmi ladrone
Vedo me stesso
Farmi sleale
Ed ogni volta
Che son stato vittima
Era la scusa
Per fare altro male
La pioggia insiste
Ed io nel vetro
Vedo riflesso
Il mio volto stanco
Vedo che l’uomo
Che ero una volta
Se n’è partito
E neanche mi manco
Pioggia, ma dimmi:
Perché mi lucidi
Come il coltello
Che, appena affilato
Se vien brandito
Fa gran spavento
Pure a chi lo tiene
E anch’io lo temo
Mentre mi chiedo:
“Se lo infliggessi
A queste mie vene?”
E io non credo
Che voglio questo
Questo nitore
Questo riflesso
Che mi rimanda
La faccia intera
Senza più sconti
Senza maniera
Perché la pioggia
È un tribunale
Ti mette lì
Nudo e presente
Ti dice: “Eccoti. Adesso scegli”.
E io non voglio
Sinceramente
Io voglio solo
Restare ignaro
Come era Edipo
Senza la Sfinge
Che uno poi
Quando sa le cose
Se gli va bene
Gli va che piange
Voglio tornare
Al mio essere ipocrita
Al mio diritto
Di non capire
E allora basta
Mi dico, basta
E mi alzo in piedi
Il petto sobbalza
Ma la testa è gelida
E non mi piace
Perché la testa
Quando la hai fredda
Fa troppa scienza
Fa troppa luce
E corro in bagno
Apro il rubinetto
La doccia canta
Un suono netto
Proprio domestico
Proprio normale
È proprio un rito
Un controtemporale
Mi metto sotto
All’acqua calda
Tutto vestito
Neanche mi spoglio
Sotto il vapore
Mi sento meglio
Poi esco fuori,
Tolgo i vestiti
Adesso inzuppati, mi asciugo
Metto un pigiama
Torno di là
Dove ho assistito
Al vetro percosso
A ciò che ha smosso
E quando torno
Sulla credenza
C’è la tazzina
Con dentro il caffè
Che ho fatto prima
Non l’ho bevuto
[Poesia portata in una versione accorciata da slam, il 20 marzo 2026, alla seconda tappa del Torneo Zaum Slam a Bari]