Heroes (parlando di Stranger Things)

Ho guardato l'ultima puntata di Stranger Things e vabbè, al netto di uno scontro finale molto deludente - ho temuto di più certi boss di Dark Souls, mortacci loro - prendo atto che é stata una serie che non poteva non piacermi: giocava sporco, riportandomi a quando mio fratello ed io impazzivamo per AD&D e scoprivamo i romanzi del Re e di Clive Barker. Ma non é di questo che mi va di parlare, bensì di una cosa che ho capito solo ora - e cioè del perché mi piacciono i protagonisti della serie.

Mi piacciono perché sono persone progettuali. Cazzo se lo sono. Non nel senso aziendalista del termine, non nel senso delle slide e delle milestone (per carità), ma nel senso più elementare e umano possibile. Gente che, davanti a un problema, pensa a cosa fare. Gente che, quando qualcosa va storto, non si ferma a contemplare il disastro, ma cambia piano. Gente che non si limita a “vedere come va”.

È una cosa che mi ha colpito tardi, forse perché è una qualità così semplice da sembrare invisibile. Eppure è lì, costante, in ogni stagione: c’è un obiettivo, anche minuscolo, anche confuso; si discute, si litiga, si sbaglia; poi si riparte. Non c’è mai quell’abbandono passivo al caso, la postura rassegnata o attendista da spettatori della propria vita.

Forse è per questo che Stranger Things, al netto della nostalgia e del fatto che é un marchingegno narrativo pazzesco, mi ha colpito più di tante serie più “adulte”: perché mette in scena l’idea che l’azione preceda l’analisi infinita, che il fare venga prima del rimuginare. Non perché i personaggi siano infallibili - ma manco per il cazzo: anzi, sbagliano di continuo - ma perché non restano fermi a raccontarsi che tanto è tutto inutile. Se un piano non funziona, ne fanno un altro. Se una strada è chiusa, ne cercano un’altra. Se qualcuno cade, gli altri lo tirano su e si riparte.

E qui, inevitabilmente, il pensiero va alla mia generazione, la famigerata Generazione X, e anche a una parte consistente della Y: generazioni che hanno introiettato un’idea diversa, quasi opposta. L’idea che progettare sia ingenuo, che esporsi sia da sprovveduti, che tanto il mondo è troppo grande, troppo complesso, troppo ostile per essere affrontato con un piano. Meglio galleggiare. Meglio “vedere come va”. Meglio vivere senza un orizzonte preciso.

I ragazzi di Stranger Things no. Loro si buttano. Fanno mappe, tracciano percorsi, organizzano turni, si dividono i compiti. Non aspettano che qualcuno più grande decida per loro. Non stanno lì a dire che tanto è tutto corrotto, che tanto non cambia nulla. Cambiano loro, nel loro piccolo, e questo basta a far muovere le cose.

Salvano il mondo, a dirla tutta.

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